DIECI ORE IN PRONTO SOCCORSO PER UN DITO FERITO, IL PRIMARIO: «RICOSTRUIAMO COSA È SUCCESSO»

Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2026

La denuncia (leggi l’articolo) era quella di un’attesa di circa dieci ore in pronto soccorso per una ferita a un dito. Ma, dopo le verifiche effettuate all’interno del reparto, la ricostruzione fornita dalla struttura è diversa e invita a leggere l’episodio alla luce delle effettive condizioni del paziente e delle priorità assistenziali.

«I fatti sono stati travisati e le informazioni fornite sono risultate incomplete, se non addirittura non veritiere», spiega la primaria Rita Curto (nella foto).

Il primo elemento riguarda la natura dell’infortunio. «Non si trattava di una semplice ferita da taglio – precisa Curto – ma di un trauma da schiacciamento avvenuto tre giorni prima». Un accesso, dunque, che secondo la primaria non rientrava nei tempi propri del pronto soccorso per quel tipo di evento. La dinamica del trauma, inoltre, «poteva comportare un’alta probabilità di lesione ossea», rendendo quindi necessario l’esame radiografico.

Quanto ai tempi di attesa, Curto spiega che il medico aveva in carico numerosi pazienti complessi e doveva rispettare le priorità assistenziali, così come il personale di radiologia. «L’esame del paziente è stato effettuato dopo aver gestito emergenze e urgenze», sottolinea la primaria. Quando il referto è stato trasmesso, però, «il medico non ha potuto parlare con il paziente perché nel frattempo aveva abbandonato il reparto».

Il singolo episodio si inserisce, secondo la responsabile, in una situazione più generale di forte pressione sui pronto soccorso. «I carichi di lavoro sono lievitati enormemente», afferma Curto, precisando che questo «non deve certo portare ad azioni omissive», ma sottolineando al tempo stesso la necessità che anche gli utenti comprendano il funzionamento delle priorità e valutino, quando possibile, i percorsi sanitari alternativi.

I tempi di attesa, infatti, non dipendono soltanto dal numero di pazienti classificati con codici di maggiore gravità. «Capita che le persone in attesa non vedano arrivare ambulanze e deducano erroneamente che il personale stia riposando», racconta Curto. La realtà del reparto, spiega, è spesso molto diversa: sono presenti numerosi pazienti, in larga parte anziani, con bisogni assistenziali elevati e pressoché continui.

Una situazione che si complica ulteriormente quando i pazienti necessitano di ricovero ma non è immediatamente disponibile un posto letto. «Restano in carico al pronto soccorso – osserva la primaria – e il personale deve dividersi fra l’attività dell’emergenza e quella di un reparto, senza averne la logistica e con tutti i disagi che ne conseguono».

Da qui l’invito a evitare giudizi basati soltanto su ciò che appare dall’esterno. «È troppo facile criticare piuttosto che cercare di capire», sostiene Curto, ricordando che sul territorio sono disponibili percorsi alternativi al pronto soccorso per le problematiche meno urgenti. «Nonostante questo, molti preferiscono il pronto soccorso anche per problemi minori ed è prevedibile che gli accessi impropri si riflettano sui tempi di attesa».

La primaria sottolinea infine l’importanza del confronto diretto con la struttura. «Sono sempre disponibile a parlare con i pazienti e con le famiglie», afferma, ricordando anche la possibilità di rivolgersi alla direzione medica ospedaliera e, in particolare, all’Ufficio relazioni con il pubblico per segnalare quanto accaduto e ottenere chiarimenti.

«Le segnalazioni non sono un elemento negativo – conclude Curto – rappresentano per noi un modo per metterci nei panni dell’utente e migliorare».

 

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