LA SOCIETÀ POST-UMANA

Introduco un tema che dovrebbe essere da tempo nell’agenda della politica ma che non lo è affatto. Il tema, in questione, riguarda il futuro dell’uomo alla luce dei cambiamenti che si sono susseguiti nella nostra civiltà. Le società umane sono sempre state caratterizzate da un perpetuo divenire. Alcune attraversate da modificazioni quasi impercettibili tanto sono lente, altre, invece, contraddistinte da cambiamenti epocali capaci di trasformare in modo radicale l’ordine sociale e la vita degli individui. Tali trasformazioni – che interessano in special modo le società industrializzate – sono sempre state l’esito dell’affacciarsi sulla scena sociale di ideali nuovi. Ideali che, di volta in volta, si sono sostituiti a quelli già esistenti magari da secoli. Gli ideali per quanto diversi possano essere, presentano un comun denominatore: aggregano gli individui, facendo sì che le necessità di ognuno si coniughino con il bene comune. Si rinuncia ad un quantum delle proprie soddisfazioni affinché sia possibile convivere, il più pacificamente possibile, con i propri simili. Per lungo tempo gli ideali sono stati in grado di riassorbire parte delle le idiosincrasie presenti nella nostra civiltà, contribuendo a conservare la centralità sia dell’essere umano che della comunità. Poi, attraverso spinte sempre più vorticose, le sorti del mondo e dell’uomo sono radicalmente cambiate. L’uomo si è messo a “dialogare”, sempre più spesso, non con i propri simili bensì con gli oggetti generati dalla tecnologia. Non essendo, tuttavia, questi oggetti in grado di colmare le umane mancanze, il mercato deve produrre in continuazione gadget di tutti i tipi per poter mantenere aperta la faglia del desiderio. Non sono più gli ideali ad avvicendarsi sulla scena del mondo, ma gli oggetti di godimento. Beninteso il problema non risiede negli oggetti in sé, ma dall’uso intemperante che, inevitabilmente, ne viene fatto. L’individuo, infatti, non è interessato al possesso dei gadget solo per il loro valore d’uso, quanto piuttosto per ciò che oltrepassa questa loro funzione. L’essere umano si è “sposato” con questi oggetti perché sembrano offrire un accesso al piacere slegato da ogni dialettica con l’altro. La dialettica interpersonale implica il dover scegliere, il prendere posizione, l’ascoltare, il condividere, La dialettica sa essere faticosa, costringendo, alla rinuncia di una parte del proprio narcisismo, della propria onnipotenza. Dunque, questo mutamento antropologico ha prodotto la rottura dei legami, la loro frantumazione. Non è più così sicuro, nel nostro tempo, che l’altro sia ancora il nostro prossimo, e, nello stesso tempo, la vita non è divenuta psicologicamente più confortevole rispetto alle esigenze intime dell’umanità. Si è prodotta allora un’ulteriore rivoluzione che ha trasformato la società iper-moderna in una società postumana. Qualcuno parla di mutamento della specie. Si tratta di una ulteriore rivoluzione digitale che sta sostituendo pezzi sempre più ampi della vita reale con la realtà virtuale. Siamo solo all’inizio, ma il cammino è già tracciato. Mark Zuckerberg – uno degli inventori di Faceebook, è al lavoro per creare quello che è stato definito metaverso. Si tratta di un concetto ancora difficile da definire, ma che prefigura un insieme di mondi virtuali e reali interconnessi, popolati da avatar. Un mondo virtuale in cui ognuno diventa parte dell’esperienza non come spettatore ma come attore. Il metaverso sarà un mondo nel quale ci si rifugerà sempre di più per evitare l’inospitalità del mondo reale. E’ sempre più nella tecnologia che l’uomo troverà le “soluzioni” al disagio che gli deriva dal mondo e dai suoi limiti personali. L’uomo, così, abbandonerà definitivamente il suo statuto di soggetto per trasformarsi in un oggetto del discorso tecnologico, discorso che, tra l’altro, ne controllerà ogni suo gesto. Potremmo dire che stiamo assistendo ad una regressione psicologica dell’umanità che, proprio come accade al bambino, sta affidando la propria esistenza ad un tecno-genitore invisibile. Quando l’uomo comprenderà, ma non è sicuro che accadrà, di essere sprofondato, non in un vicolo cieco ma in un abisso senza fine potrebbe essere troppo tardi. Sarà la fine dell’utopia, di un orizzonte di speranza, a favore della distopia, cioè di un progresso tecnologico che costituirà, nello stesso tempo, il problema e la soluzione alla crescente inospitalità del mondo reale.

Vincenzo Luciani

1 Response

  1. Giordano ha detto:

    Gran bell’editoriale

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