Aveva 34 anni quando entrò in sala operatoria per un cesareo d’urgenza. Ne uscì con danni cerebrali irreversibili, tetraplegica e incapace di parlare, dopo una complicanza legata al tubo respiratorio e a un rigurgito che le provocò una gravissima carenza di ossigeno.
Era il 10 maggio 2016, all’ospedale di Civitanova. Da quel giorno la sua vita cambiò completamente: non riuscì più a recuperare le proprie condizioni e rimase dipendente dall’assistenza degli altri. Morì quasi cinque anni dopo, il 4 marzo 2021, a 39 anni, senza aver mai potuto prendere in braccio il figlio.
A distanza di dieci anni dai fatti, la Corte d’appello di Ancona ha confermato la responsabilità civile della struttura sanitaria e dell’anestesista, ma ha ridimensionato in maniera significativa la somma stabilita in primo grado dal tribunale di Macerata nel 2024. Il risarcimento complessivo passa infatti da quasi 2 milioni di euro a circa 1,28 milioni, con una riduzione di oltre 700mila euro.
La sentenza interviene anche sulla posizione del marito, al quale in primo grado erano stati riconosciuti 249mila euro per la perdita della moglie. La Corte ha invece escluso questo risarcimento personale, richiamando anche quanto emerso dagli atti del tribunale per i minorenni. Secondo i giudici, da quei documenti emerge un «totale disinteresse» dell’uomo nei confronti del figlio, tanto che «non è mai stato presente nella vita» del bambino.
Dopo le gravissime conseguenze dell’intervento del 2016, l’assistenza alla donna sarebbe stata garantita principalmente dalla madre e dalla zia. Sulla base di questi elementi, la Corte ha ritenuto che il marito avesse progressivamente interrotto i rapporti con la moglie e manifestato una «totale indifferenza» nei suoi confronti per circa cinque anni, fino alla morte.
L’uomo resta comunque erede e, insieme al figlio, mantiene il diritto alla propria quota degli 888.300 euro riconosciuti per i danni patiti direttamente dalla donna.
Un’altra voce di risarcimento è stata invece completamente eliminata: si tratta dei 10mila euro riconosciuti dal tribunale di Macerata per la mancata acquisizione del consenso informato. Per la Corte d’appello, però, in presenza di un cesareo reso necessario da una grave sofferenza fetale, l’urgenza dell’intervento non consentiva di configurare una responsabilità sotto questo profilo.
Resta centrale, invece, la questione relativa alla gestione dell’emergenza anestesiologica. Nel procedimento penale l’anestesista era stata assolta con formula piena. In sede civile, tuttavia, i consulenti hanno individuato un ulteriore elemento di responsabilità nel ritardo con cui sarebbe stato riconosciuto il problema legato al tubo respiratorio.
La Corte ha inoltre ritenuto sussistente il nesso tra le gravissime lesioni cerebrali riportate nel 2016 e la morte della donna, avvenuta nel 2021.
Nel procedimento civile, i familiari della donna erano assistiti dall’avvocato Lucia Iannino. L’anestesista era difeso dagli avvocati Manuel Formica e Giancarlo Faletti, mentre l’azienda sanitaria era rappresentata dall’avvocato Riccardo Vagnoni.





