NAZA, IL “VIDEOGIOCO” DELLA MORTE IN DIRETTA
Esci dalla visione di Gaza frastornato, non sai se hai voglia di piangere, di urlare o di deprimerti: personalmente volevo solo tornare a casa ed evadere, mentalmente e psicologicamente, dall’orrore che mi si era rovesciato addosso. E quale orrore? A parte il finale, che naturalmente non voglio spoilerare, il film documentario diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor si caratterizza per un’assenza totale di corpi, di macerie e di sangue: la pellicola è girata di notte, sui tetti di Tel Aviv ed è apparentemente neutra, perché si basa sulle interviste di 24 membri dell’intelligence e dell’esercito che parlano, nell’ombra, di cose terribili, mentre la vita della città scorre placida e serena e le persone cucinano, vanno in palestra, guardano la tv o consolano un bambino.
La realtà, che il film non mostra, è invece un’altra: ad appena 60 chilometri da Tel Aviv, alla distanza che, tanto per dire, c’è tra Civitanova e Senigallia, affacciata sullo stesso mare, Gaza è distrutta, bombardata e messa a fuoco da aerei e droni che vengono programmati per colpire e uccidere a distanza, da uomini che spesso lavorano in uffici proprio a Tel Aviv.
Naza, come viene spiegato all’inizio del film, sono i “danni collaterali”, ovvero il numero di civili uccisi ritenuto “accettabile”, per eliminare l’obiettivo, che nel caso specifico è un vero, o presunto, appartenente ad Hamas, individuato grazie a sistemi di spionaggio sofisticatissimi e all’intelligenza artificiale. Nomi come “Lavender” e “Where’s Daddy?” sono anch’essi parole neutre e fintamente rassicuranti che vengono spiegate dai protagonisti della pellicola senza emozioni. Il primo indica un sistema di analisi dei dati che, secondo le inchieste giornalistiche, ha segnalato circa 37.000 palestinesi come possibili militanti, con pochissimi secondi di tempo per la verifica di ciascun nominativo. Il secondo, ancora più terribile, è un sistema di tracciamento utilizzato per segnalare quando una persona individuata come bersaglio rientra nella propria abitazione, anche in presenza dei familiari. Uno degli intervistati racconta che il cellulare di una bambina di dodici anni, è stato usato per individuare il padre a casa: chiaramente sono tutti morti, compresa la bambina.
“È come un videogioco” si permette di dire uno degli interlocutori riferendosi alle sue attività quotidiane e alla domanda se ciò che osservava sul monitor, cioè persone uccise a distanza, gli sembrasse un’esecuzione di massa, un altro militare ha risposto di “no”, perché “lo vedevo da uno schermo”.
Nelle loro dichiarazioni rilasciate a Venezia, dove il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria, i registi hanno affermato che “abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”
All’entrata del campo di sterminio di Auschwitz c’è la frase tristemente nota “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”: quando ci passi sotto ti corre un brivido lungo la schiena e ti sembra di passare attraverso la porta dell’Inferno. È lo stesso brivido che ho sentito con “Where’s Daddy?”, “Dov’è papà?”, una frase innocente e tenera che determinava la morte di un “obiettivo” e della sua intera famiglia. Sentimenti come la tristezza e la pietà sembrano banditi dallo scenario presentato da Naza, anzi alcuni intervistati parlano della soddisfazione e dell’esaltazione di aver colpito i bersagli individuati, comprese le persone che andavano a prendere gli aiuti umanitari e che facevano un certo percorso piuttosto che un altro. Ad un certo punto un militare ha dei dubbi, si pone delle domande e la risposta di un suo collega è raggelante: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Gli ufficiali tedeschi al processo di Norimberga del 1945, si difesero dicendo che “eseguivo soltanto gli ordini”. La giustificazione non fu ritenuta valida: all’articolo 8 dello Statuto del Tribunale militare internazionale di Norimberga, si legge infatti che “il fatto che l’imputato abbia agito in esecuzione di un ordine del proprio Governo o di un superiore non lo esonera dalla responsabilità”.
Pochi giorni fa si è fatta memoria dei fatti del 7 ottobre 2023, l’attacco criminale e disumano di Hamas a Israele, che ha provocato 1200 vittime innocenti. Questo evento giustifica quello che poi è successo a Gaza dopo? Ad uno degli intervistati il dubbio viene: “Io sono andato in Polonia a visitare i campi di concentramento e continuo a credere che i nazisti fossero il male. Solo, mi domando cosa sono io?”
Grazie al Civitanova Film Festival che ha deciso di aprire, venerdì 9 ottobre, la manifestazione con questa proiezione al cinema Cecchetti, che ha riscosso un grande successo sold out sia venerdì che sabato. una scelta importante, “civile”, che alza il livello della riflessione comune e aiuta a farsi delle domande scomode ma necessarie. Ultima proiezione questa sera alle 21.15. Consigliatissimo ma preparatevi.
La foto utilizzata è ripresa dalla pagina Facebook del Civitanova Film Festival.
Rebecca Cerretani






