INVESTITA SULLE STRISCE PEDONALI, CHIEDE 73MILA EURO DI RISARCIMENTO: LA CORTE D’APPELLO RESPINGE IL RICORSO
Era stata investita mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali e, a distanza di anni dall’incidente, aveva chiesto un ulteriore risarcimento di 73mila euro per le conseguenze delle lesioni riportate, sostenendo di non riuscire più a svolgere con la stessa facilità i lavori domestici in favore della propria famiglia. Ma la Corte d’Appello ha respinto il ricorso, ritenendo che la donna sia comunque in grado di svolgere le proprie mansioni.
La vicenda risale al 2 maggio 2016, quando, intorno alle 9.30, la donna era stata investita da un’automobile mentre attraversava via Piermanni. Nell’impatto aveva riportato un trauma alla spalla sinistra, con frattura scomposta dell’omero, lesioni che avevano comportato un’invalidità permanente stimata tra il 17% e il 18%.
La compagnia assicurativa aveva riconosciuto la responsabilità dell’automobilista e provveduto al risarcimento dei danni. In primo grado, nel 2024, il giudice civile aveva ritenuto adeguate le somme già corrisposte, escludendo che le difficoltà incontrate dalla donna nelle attività domestiche costituissero un autonomo danno patrimoniale.
La casalinga aveva però deciso di impugnare la sentenza, lamentando una ridotta capacità di dedicarsi con continuità alle attività domestiche e familiari. Da qui la richiesta di una nuova consulenza tecnica e di ulteriori 73mila euro di risarcimento.
La Corte d’Appello, pur riconoscendo il valore sociale ed economico del lavoro domestico e il fatto che un suo eventuale compromesso possa comportare una perdita di utilità, ha ritenuto infondato il ricorso.
Secondo i giudici, infatti, la maggiore fatica e il disagio fisico nello svolgimento delle attività quotidiane non determinano automaticamente un autonomo danno patrimoniale. La consulenza tecnica eseguita in primo grado aveva evidenziato che i postumi dell’incidente comportavano una maggiore usura e difficoltà nei movimenti del braccio sinistro, ma non impedivano alla donna di svolgere le mansioni casalinghe.
La Corte ha quindi ritenuto corretta la valutazione del primo giudice, che aveva già personalizzato il danno biologico nella misura massima consentita. Non è stata dunque considerata necessaria una nuova consulenza tecnica.
I giudici hanno infine respinto l’appello, disponendo la compensazione delle spese tra le parti.
Si chiude così, dopo oltre dieci anni dall’incidente, la vicenda giudiziaria relativa alla richiesta di un ulteriore risarcimento per le difficoltà incontrate dalla donna nello svolgimento delle attività domestiche.




