IL MODELLO DELLA RICOSTRUZIONE È SPERPERO / DISCREZIONALITÀ E ORA CRIMINALITÀ

Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre 2026

Di Giulio Silenzi

Il terremoto del 2016 ha distrutto case, chiese e interi paesi. Dieci anni dopo, scopriamo che le macerie possono essere una straordinaria opportunità economica.
La terra trema gratis. La ricostruzione costa miliardi. E dove circolano miliardi, se le istituzioni non sanno organizzarsi come invece fu fatto con la ricostruzione del terremoto del 1997, prima o poi qualcuno trova il modo di farli circolare nella direzione sbagliata.
L’inchiesta della Procura di Ancona sulla ricostruzione post-sisma ha portato, fino a ora, a otto arresti, cinquantuno indagati e sequestri per oltre 57 milioni di euro. Tra gli arrestati figurano un importante costruttore, Crucianelli, addirittura presidente provinciale dell’associazione degli imprenditori edili che fa capo a Confindustria, e un politico di Fratelli d’Italia, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Marche, Acquaroli. Le accuse, ancora tutte da accertare, comprendono corruzione, truffe e rapporti con imprese vicine alla criminalità organizzata.
La cronaca giudiziaria farà il suo corso. Ma sarebbe un errore considerare questa vicenda soltanto una storia di imprenditori disonesti e politici compiacenti. Perché il problema più interessante, e forse più inquietante, non riguarda soltanto chi avrebbe violato le regole. Riguarda le regole stesse.
La ricostruzione è diventata una gigantesca macchina amministrativa e finanziaria. Contributi, anticipazioni, affidamenti, subappalti, autorizzazioni, varianti, cambi di destinazione: un labirinto nel quale il denaro può correre molto più velocemente dei lavori. Il sistema prevede anticipazioni fino al 20% o al 30% dei contributi ammessi, previa fideiussione.
Una misura pensata per avviare i cantieri, naturalmente. Ma il problema comincia quando chi acquisisce i lavori non possiede necessariamente la struttura per eseguirli e li trasferisce ad altri attraverso la catena dei subappalti. Quante imprese con pochi dipendenti hanno fatto incetta di lavori per poi affidarli ad altre imprese?
Il subappalto è legittimo. Anzi, spesso è necessario. Ma quando diventa il principio organizzativo dell’intero sistema, la domanda cambia. Non è più soltanto chi costruisce, ma chi incassa, chi anticipa, chi trasferisce, chi controlla. E soprattutto chi dispone della liquidità necessaria per tenere in movimento la macchina.
La criminalità organizzata, come sappiamo, non difetta precisamente di liquidità. E non ha bisogno di presentarsi con la coppola e la lupara. Può arrivare con una società, una fattura e un’offerta particolarmente conveniente. Alcuni hanno denunciato infiltrazioni criminali, ma, agli occhi della pubblica opinione, sembravano predicatori nel deserto. Il mercato, del resto, non chiede al denaro il certificato di buona condotta. Dovrebbero farlo le istituzioni.
Non viene mai ripresa l’esperienza della ricostruzione degli anni Duemila, conclusasi senza un solo caso di corruzione o di infiltrazione criminale. Non certo per caso, ma per il modo in cui fu organizzata la ricostruzione: il modello Marche, basato su un impianto normativo diverso da quello adottato per il terremoto del 2016.
Secondo gli investigatori, un imprenditore avrebbe accumulato una quantità di appalti incompatibile con la propria forza lavoro, ricorrendo sistematicamente ai subappalti. È qui che la questione giudiziaria diventa politica. Perché un sistema di controlli non dovrebbe limitarsi a scoprire le anomalie quando arriva la Guardia di Finanza. Dovrebbe accorgersene mentre si producono.
La domanda più scomoda, allora, non è soltanto chi abbia preso le mazzette. È chi abbia progettato, governato e controllato un sistema nel quale simili condotte avrebbero potuto trovare spazio. Perché la corruzione può essere un reato individuale. Ma le condizioni che la rendono possibile chiamano in causa responsabilità ben più estese.
Chi verifica la capacità effettiva delle imprese? Chi controlla la concentrazione degli affidamenti? Chi segue il denaro lungo la catena dei subappalti? E soprattutto chi decide quali opere finanziare, con quali importi e in quali tempi?
Sono domande che chiamano in causa l’intera architettura della ricostruzione, dagli uffici tecnici alle strutture commissariali, dalla Regione agli organismi preposti alle autorizzazioni. Non significa attribuire responsabilità penali a chi vi lavora. Significa riconoscere che la legalità non consiste soltanto nel punire chi corrompe, ma soprattutto nel costruire procedure che rendano difficile corrompere.
E qui affiora un altro paradosso. La ricostruzione dispone di risorse straordinarie, ma proprio l’abbondanza dei finanziamenti rende ancora più importante la trasparenza delle priorità. Perché, se non è immediatamente comprensibile perché un edificio venga finanziato prima di un altro, perché un intervento costi una certa cifra o perché un’autorizzazione arrivi più rapidamente, la discrezionalità della politica si trasforma in potere. E il potere discrezionale, quando incontra interessi economici enormi, diventa una merce particolarmente appetibile. Diventa anche uno strumento di consenso elettorale. Lo abbiamo visto nelle ultime elezioni regionali con le cosiddette liste civiche di Castelli.
Come mai il presidente della Regione e il commissario alla ricostruzione, che oggi cadono dal pero, si sono impegnati in prima persona nella battaglia elettorale per trasformare i finanziamenti della ricostruzione in occasioni di consenso elettorale? Domande importanti. Forse l’inchiesta ci aiuterà a trovare alcune risposte.
Ma una risposta già l’abbiamo. L’inchiesta provocherà un effetto domino sui cantieri della ricostruzione, con conseguenze sociali ed economiche per centinaia di operai, subappaltatori onesti, finitori e per tutti coloro che si sono impegnati economicamente e che oggi rischiano di non avere certezze.
È il paradosso finale: una ricostruzione nata per riparare i danni del terremoto deraglia proprio quando si cerca di riparare i danni della sua gestione.
Ma fuori dalle procure, dagli uffici e dai consigli di amministrazione, ci sono ancora le persone. Quelle che hanno perso una casa, un paese, una strada, una piazza. Quelle che da dieci anni aspettano di tornare dove abitavano. Per loro la ricostruzione non è un investimento, un appalto o una pratica amministrativa. È la possibilità di riavere una vita.
Il terremoto ha distrutto le loro case. Gli uomini avrebbero dovuto ricostruirle. Sarebbe imperdonabile scoprire che, nel frattempo, i politici si sono preoccupati soprattutto di ricostruire il proprio patrimonio elettorale. E non solo.

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