IL CHIENTI A CIVITANOVA: DA “GRANDE MALATO” DA BONIFICARE A “GIARDINO” DELLA CITTÀ

Last Updated: 28 Settembre 2026

“Dare voce al fiume Chienti”: è questo, secondo Stefania Minciullo operatrice culturale e progettista, insieme ad Alvise Manni (Centro Studi Civitanovesi), dell’evento “Il Chienti che non vediamo”, il senso dell’iniziativa, che si è svolta il 25 settembre all’IIS “Leonardo Da Vinci”, con un incontro diretto agli studenti e il 27 settembre, alla Biblioteca Zavatti, con un incontro pubblico. Il duplice appuntamento si è inserito nell’alveo, è proprio il caso di dirlo, delle azioni, sessanta su tutto il territorio nazionale, riconducibili all’iniziativa “Atlante delle Rive”, un’idea di Marco Paolini per la Giornata mondiale dei fiumi, che si celebra proprio il 27 settembre.

Un fiume, il Chienti, che come ha detto domenica mattina il professor David Fiacchini dell’IIS Da Vinci e curatore del volume “Vallis Cluenti – Introduzione all’ambiente e alla biodiversità della valle del fiume Chienti”, potrebbe essere un grande “generatore di benefici ambientali” grazie al suo apporto nella regolazione, nell’approvvigionamento, nella ricchezza storica e culturale e nel supporto alla vita: un valore che secondo l’Ispra è quantificabile economicamente in risorse che vanno dai 4 ai 10 milioni di euro l’anno. “Un ecosistema in salute – ha sottolineato il docente – porta benefici, se ha dei problemi porta dei costi”: per questo ha lanciato l’idea di costituire un “parco fluviale intercomunale” o anche, come sostenuto da Minciullo, un “ecomuseo”.

Prospettive allettanti e suggestive se non fosse che il Chienti, purtroppo, almeno nella sua parte finale, è un grande malato: Paolo Squadroni, del Comitato Bonifica Basso Bacino del Chienti, ha ricordato che da più di 35 anni sono state identificate sostanze tossiche cancerogene nel fiume, tanto che nel 2001 è stato inserito nella lista dei siti di interesse nazionale che richiedono interventi urgenti di bonifica. Nulla purtroppo è stato fatto e nel frattempo, come ha certificato l’ultimo Rapporto Sentieri (Istituto Superiore di Sanità) del 2023, nella zona sono aumentati i dati di incidenza dei tumori urogenitali e gastroenterici, oltre che della mortalità neonatale e delle malformazioni congenite.

Sembrano lontane le immagini presentate da alcuni testimoni nati e cresciuti sulle rive del fiume, che raccontano di un Chienti che era “un giardino”, “ricchissimo di pesci”, dove le donne più anziane andavano a lavare e sbiancare i panni e dove mandrie intere erano portate ad abbeverarsi: a Ferragosto o il Primo maggio era normale andare al fiume e passare lì la giornata mentre oggi il fiume “è abbandonato”, e c’è paura ad “andarci dentro”. Non tutto è perduto, però, se, come ha mostrato il fotografo naturalista Antonio Pettinari, autore delle foto di questo articolo, ci sono tante specie di animali, soprattutto uccelli, che ancora frequentano il fiume: forse, dopo la bonifica di cui nessuna istituzione locale o nazionale si prende la responsabilità, potrebbe tornare ad essere quell’Eden che è stampato nei ricordi dei civitanovesi più maturi.

La geologa e guida ambientale Rosanna Bevilacqua ha presentato il Chienti che nei millenni ha cambiato volto e percorso: il fiume, che è lungo 91 chilometri, dai Monti Sibillini all’Adriatico, è un sistema tutt’altro che statico, modellato dal clima, dalle variazioni del livello del mare e, soprattutto in epoca storica, dall’uomo. Dighe e invasi per la produzione di energia elettrica hanno modificato il regime e trattenuto sedimenti; tra gli anni Sessanta e Settanta le escavazioni di sabbia e ghiaia dall’alveo hanno ulteriormente impoverito il trasporto solido. Anche la foce si è spostata più volte e la costruzione del porto di Civitanova, tra il 1932 e il 1938, ha inciso sull’equilibrio della costa: a sud i materiali portati dal Chienti tendono ad accumularsi, mentre a nord l’erosione ha reso necessarie opere di protezione. Un fiume, dunque, che conserva nella sua forma la memoria delle trasformazioni naturali e delle scelte dell’uomo.

Ma il Chienti che non vediamo è anche quello della storia.L’ingegner Angelo Quintabà ha ricordato che il Torrione di Santa Maria Apparente, costruzione quattrocentesca legata a un sistema di fortificazione e di mulini alimentati da vallati, è una delle tracce più significative di questo passato. Mappe e documenti ricordano la presenza, lungo il fiume, di più mulini e mostrano quanto il corso d’acqua fosse intrecciato alla vita economica del territorio. L’ingegner Giorgio Medori ha richiamato l’attenzione sulle condizioni del Torrione, acquistato dal Comune nel 2004 (amministrazione Marinelli), ma ancora bisognoso di recupero: i merli ghibellini sono, nel frattempo, quasi tutti caduti e quattro anni c’è stata un’occasione di finanziamento con fondi PNNR regionali che non è stata colta e che avrebbe potuto consentire almeno una prima sistemazione. Salvaguardare questi beni, insieme all’ambiente fluviale, significa allora restituire alla città un pezzo della propria identità: perché il Chienti che oggi quasi “non vediamo” continua a raccontare, nella natura come nelle pietre, una parte importante della storia di Civitanova.

Rebecca Cerretani

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