LA RANA DELLO SCANDALO

travagliodi Marco Travaglio

Nel film Una scomoda verità Al Gore racconta un apologo: “Se una rana si tuffa in una pentola d’acqua bollente, salta subito fuori perché avverte il pericolo. Ma se si tuffa in una pentola d’acqua tiepida, che viene portata lentamente a ebollizione, non si muove affatto, rimane lì anche se la temperatura continua a salire. E alla fine muore bollita, se qualcuno non la salva. Il nostro sistema nervoso collettivo è come quello della rana: serve una scossa improvvisa perché ci rendiamo conto del pericolo. Se invece ci sembra graduale, anche se arriva velocemente, restiamo seduti senza reagire”. Difficile illustrare meglio l’assuefazione che narcotizza gli italiani. Due anni fa si scopre che Marrazzo era ricattato da tre carabinieri che l’avevano filmato illegalmente nell’alloggio del trans Natalì durante un festino con cocaina. Il Corriere, in un editoriale di Pigi Battista, scrive giustamente: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere… le funzioni che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende. Le istituzioni devono essere messe al riparo da ogni sospetto e interferenza. Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità”. Ora che sotto ricatto (oltreché sotto processo) c’è B., il Corriere si guarda bene dallo scrivere che “un premier sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere le sue funzioni” e dunque B. “deve valutare se fare un passo indietro”. Anzi Sergio Romano, con l’aria di chi sta facendo una birichinata, scrive che B. deve “accettare il giudizio” e, se lo fa, “darà una prova di coraggio”. Cioè: quel che fanno ogni giorno migliaia di cittadini rinviati a giudizio, se lo fa B. diventa un atto temerario. Anche perché B. è perseguitato: la concussione è “un reato minore”, “uno dei meno perseguiti della politica italiana” (forse perché non tutti i politici chiamano le questure per far rilasciare prostitute minorenni marocchine fermate per furto). E il processo deriva non da due reati, ma da “un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale a Mani Pulite e non siamo ancora riusciti a sciogliere”. Ergo, diversamente da Marrazzo, che se ne doveva andare sebbene non indagato, l’imputato B. deve resistere perché “nessuno, se non in presenza di sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi… La politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”. Questi liberali alle cozze sono talmente assuefatti al peggio da non notare nemmeno le vergogne che ogni giorno passano sotto i loro occhi. L’ultima è lo scandalo Alfano denunciato oggi dal Fatto a pag. 2: il caso pietoso di un presunto ministro della Giustizia che ogni due per tre annuncia mirabolanti “riforme organiche” peraltro mai viste, mentre si son viste due leggi bocciate dalla Consulta perché incostituzionali (lodo Alfano e legittimo impedimento) e altre disperse nei meandri parlamentari (intercettazioni, processo breve, separazione delle carriere e altre porcate). In compenso questa fronte inutilmente spaziosa entra ed esce da casa B. (le rare volte in cui è libera da escort e minorenni) per discutere dei processi a B. con gli avvocati di B., come un viceghedini qualsiasi. L’8 febbraio scorso, per esempio (vedi ilfattoquotidiano.it), B. riceve a Palazzo Grazioli i suoi legali Ghedini, Longo e Pecorella, ma pure Alfano. Che, già che c’è, si porta dietro la capufficio legislativo, Augusta Iannini, giudice e consorte di Vespa. La signora non gradisce che si rammenti di chi è moglie e ci scrive piccata: “Mi pare doveroso raggiungere il ministro quanto e dove lui ritiene”. Anche quando non si discute delle leggi sulla giustizia, ma dei processi al premier? Le impietose riprese del Fatto documentano poi, il mercoledì seguente, che la Iannini sale a palazzo ben prima di Alfano e ci rimane anche dopo l’uscita di Berlusconi, quando nell’edificio rimane solo il fratello Paolo. Che fa, spegne anche le luci?

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