È una donna di 69 anni, residente a Civitanova, a rompere per prima il muro di silenzio che proteggeva una vasta organizzazione criminale. Il 20 novembre 2023, logorata da anni di richieste, minacce e paura, decide di presentarsi dai carabinieri e raccontare tutto. Da quella denuncia partiranno le indagini che porteranno all’arresto di nove persone accusate di rifornire di cocaina la costa maceratese.
Quando si è accorta che qualcosa stava cambiando in suo figlio?
«All’inizio era un ragazzo come tanti: educato, con delle passioni, un lavoro, un futuro davanti. Poi, poco alla volta, ha iniziato a frequentare compagnie sbagliate. Quando abbiamo capito che faceva uso di cocaina, per noi è stato l’inizio di un incubo. Non eravamo preparati a vivere una cosa del genere: siamo sempre stata una famiglia normale, senza problemi».
Che cosa ha significato convivere con questa situazione?
«Ho provato a salvarlo in ogni modo, gli ho offerto aiuto, cure, sostegno. Ma col tempo mi sono ritrovata completamente isolata. Era fuori controllo: ha cominciato a portarmi via tutto, soldi, gioielli, qualsiasi cosa avesse valore. Oggi non possiedo più nulla. Vivevo costantemente nel terrore, non solo fisico ma anche psicologico. Una sera, tornando a casa, me lo sono trovato davanti per strada: ho avuto paura. All’inizio mi vergognavo, perché spesso riusciva a farmi sentire responsabile della sua situazione. Adesso è in carcere e mi domando che ne sarà di lui quando uscirà. La mia angoscia è pensare a cosa potrà fare fuori da lì».
In che modo è entrata in contatto con l’organizzazione?
«Qualche anno fa ho ricevuto alcune telefonate da una persona che mi chiedeva denaro per saldare un debito di mio figlio. Le istruzioni erano precise: dovevo lasciare i soldi in un punto stabilito. Invece ho deciso di portare il telefono dai carabinieri, con quelle chiamate arrivate da un numero anonimo. È stato il primo passo».
Che cosa direbbe oggi a un genitore che sta vivendo la sua stessa esperienza?
«Direi di non chiudersi nella vergogna e di non lasciarsi paralizzare dalla paura. Denunciare è doloroso, ti lacera dentro: non sai più distinguere tra l’amore per tuo figlio e la rabbia per quello che ti sta facendo. Ma è l’unica strada possibile. Penso a tanti genitori anziani, soli, che subiscono in silenzio: questa è una delle tragedie più grandi che possano colpire una famiglia. Gli spacciatori sfruttano chi è fragile, sanno perfettamente dove andare a colpire. Non hanno scrupoli. Vanno fermati con ogni mezzo. I carabinieri hanno lavorato benissimo e spero che chi ha rovinato tante vite paghi davvero».
Sulla necessità di rompere il silenzio insiste anche il capitano Angelo Chiantese, comandante della Compagnia di Civitanova, che ha coordinato le indagini: «Serve il coraggio di chiedere aiuto. Le forze dell’ordine possono essere vicine a queste famiglie, ma solo se qualcuno trova la forza di parlare».
Proprio grazie alla ricostruzione minuziosa degli episodi di spaccio, i carabinieri sono riusciti a individuare i membri della banda e a identificare numerosi acquirenti, ricostruendo un giro d’affari imponente. «Questa vicenda – conclude Chiantese – deve essere un segnale per tutti quei genitori che soffrono in silenzio: denunciare è difficile, ma è l’unico modo per spezzare la catena».


