SE COLTIVARE IL GRANO DIVENTA ANTI-ECONOMICO

La nostra agricoltura tra sfide globali e problemi locali: la divaricazione tra aumento dei prezzi al consumo e una decrescita costante del valore delle produzioni agricole, l’abbandono delle aree interne marchigiane, il mancato ricambio generazionale, la messa in liquidazione dell’unica filiera regionale della carne, la Bovinmarche, l’imminente chiusura del mattatoio di Macerata. Intervista ad Andrea Mei.

Il 7 dicembre si è svolta a Trodica di Morrovalle la tradizionale Giornata del Ringraziamento degli agricoltori del territorio provinciale. Dopo la celebrazione della messa, presieduta da don Paolo Canale, in cui il sacerdote ha sottolineato il ruolo imprenscindibile dei lavoratori di questo settore per la custodia e la difesa della terra, oltre a quello essenziale delle produzione di beni primari per la popolazione, c’è stata la benedizione dei mezzi agricoli, un momento anche divertente di cui sono stati speciali protagonisti i trattori piùantichi”, che ancora sbuffano a vaporeLa Giornata è l’occasione per fare il punto su un settore in cui oggettivamente sono occupati una parte minoritaria, addirittura residuale dei lavoratori, parliamo del 3% circa, ma che è comunque fondamentale per i motivi espressi. In questa riflessione ci aiuta Andrea Mei, della Società Agricola F.lli Mei di Mei Alberto & C., presidente della sezione di Civitanova Marche della Coldiretti.

Passata la Giornata del Ringraziamento rimangono sul tappeto tante preoccupazioni per gli agricoltori del territorio: da dove cominciamo?

Cominciamo proprio dalla produzione agricola, cereali e ortaggi: si parla continuamente di aumento del costo della vita e dell’aumento dei prezzi al consumo. Uno si aspetterebbe che anche gli agricoltori abbiano guadagnato di più in questi ultimi anni, invece è totalmente l’opposto: il valore del nostro prodotto regredisce continuamente mentre negli scaffali dei supermercati aumenta. Il consumatore spende sempre di più, noi guadagniamo sempre di meno e non si capisce in mezzo che cosa succede, fra grande distribuzione e anche aziende multinazionali che lavorano e trasformano i nostri prodotti.

Ma in concreto quali sono gli elementi che fanno aumentare di più i costi in questo momento?

I semi, il gasolio, i prodotti fitofarmaci, l’energia elettrica, tutto quello che usiamo noi in campagna. Da vent’anni icosti sono raddoppiati e il prezzo delle nostre vendite è rimasto praticamente lo stesso. Vogliamo parlare di una delle nostre produzioni più caratteristiche, il grano? Oggi il prezzo del grano tenero è 22 euro a quintale, 25 quello duro, produrlo costa 30 euro a quintale. Trent’anni fa mio padre mi mandava dal mugnaio a vendere il grano e il prezzo si aggirava sulle 35.000 lire, cioè poco meno di quello a cui lo stiamo vendendo adesso. Ma parliamo di trent’anni fa, quando i costi erano cento volte minori di adesso. Nonostante la crisi, però, si continua a produrre, perché l’agricoltore perlomeno in Italia, non è portato mentalmente ed eticamente a lasciare il terreno incolto. Si sente custode dei propri terreni, si sente responsabile delle proprie aziende e nel bene o nel male cerca di cambiare prodotto, cerca di mettere fare un tipo di agricoltura piuttosto che un’altra.

Una soluzione c’è?

Dare il giusto valore a tutto e creare una continuità di mercato che possa in qualche modo far vivere l’agricoltore. Faccio un esempio: il costo del lavoro agricolo è stato fissato a livello nazionale, con l’accordo di tutti i sindacati, a 7 euro e 80 l’ora: io credo che lo stesso discorso dovrebbe essere fatto per i prodotti per cui bisogna fissare una soglia minima sotto la quale non si può scendere per rendere possibile la produzione a costi sostenibili. Ma temo che questo non avverrà mai perché tanto non ci sarà nessuno che si prenderà questa briga, e continueremo a lavorare con le oscillazioni di mercato sperando di sopravvivere. Il settore agricolo non è uguale agli altri, parliamo di produzione di beni primari che servono a tutta la popolazione.

Come è cambiato il volto dell’agricoltura locale in questiultimi anni? Ad esempio i proprietari piccoli e medi sembrano ormai spariti, per non parlare del fatto che nei campi vediamo solo lavoratori stranieri

Molti proprietari piccoli e medi sono rimasti con terreni che non riuscivano più a coltivare perché non c’erano i mezzi, non c’erano le persone, non c’era la convenienza. Quindi le terre sono state affidate e affittate alle aziende più grandi che si sono strutturate, magari come noi o come altri terzisti, che fanno tanti ettari. In questo modo giochi un po’ più facile perché fai la guerra dei numeri: anche con piccoli margini in qualche modo qualcosa tiri fuori. Però diciamo che ormai non c’è più nessuno che abbia la volontà di aprire nuove aziende agricole per impostare un’agricoltura attuale, noi riusciamo ad andare avanti perché viviamo di rendita di quello che le nostre aziende, le nostre famiglie hanno fatto negli anni. Chi si è strutturato, vive e rende, riesce a portare avanti l’azienda, gli altri no. Aprire un’azienda agricola oggi, facendo gli investimenti per i macchinari, facendo investimenti solo, non dico per acquistare terreni, ma per partire, per fare qualsiasi tipo di lavoro, è impossibile per un giovane. Finanziamenti con bandi europei? , ti aiutano, però la firma in banca ce la metti te, non ce la mette la Regione. Se l’azienda va male la banca viene a cercare te. Un giovane che vuole aprire un’attività agricoldifficilmente viene garantito se non c’è dietro un genitorePer quanto riguarda la manovalanza è da 20 anni che ci sono solo stranieri perché nessun italiano vuole fare questo lavoro. Ovviamente i braccianti fanno un lavoro pesante, però prendono stipendi importanti, che possono arrivare anche anche 2.500 euro.

Il 5 dicembre è stata la Giornata mondiale del suolo: le superfici agricole spariscono sempre di più a causa della cementificazione e anche degli impianti fotovoltaici, con gravi ripercussioni sullo stato di conservazione del territorio e rischi idrogeologici: cosa si può fare anche a livello locale?

Se parliamo di utilizzo dei terreni per fotovoltaico e cementificazione, purtroppo bisogna che ci siano delle leggi, non dico regionali, ma addirittura nazionali, che tutelino il territorio, perché l’Italia ovviamente non è un paese con chissà quanti milioni di ettari. Per noi ogni fazzoletto di terra è qualcosa di importante. Poi ogni comune gestisce i propri piani regolatori, però se a monte ci fosse una legge che regoli in maniera calzante quello che è l’erosione del territorio per cementificazione e quant’altro, sicuramente sarebbe di grande aiutoNoi abbiamo le nostre zone svantaggiate nellentroterra che sono tutte ormai in via di abbandono, non c’è più nessuno, quindi i terreni non vengono più coltivati: non conviene coltivare questi terreni in pianura, figuriamoci in montagna. Io penso che nell’entroterra marchigiano ci dovrebbero essere dei bovini che stanno a pascolare liberamente, ma questo tipo di attività non la fa più nessuno perché tutti hanno smesso. Le aziende strutturate che stanno in queste aree dovrebbero essere incentivate comunque a continuare il lavoro. Anche con fondi regionali perché il loro lavoro porta beneficio a tutta la comunità, perché poi abbiamo gli animali per tutti e non dobbiamo andarli a comprare in Francia. Vogliamo parlare di inquinamento? Quanto consuma un camion che ci porta gli animali mettiamo dalla Spagna? Ci vogliono almeno 15-20 quintali di gasolio. Tutti si riempiono la bocca di agricoltura sostenibile ma nessuno la fa. Ci dovrebbe essere una linea comune su cui tutti siamo d’accordo, invece il Comune dice una cosa, la Regione dice un’altra, lo Stato un’altra ancora, la Comunità europea non ne parliamo, ne dice ancora un’altra.

A proposito di Comunità europea la Coldiretti ha invitato gli agricoltori, il prossimo 18 dicembre, ad andare a protestare a Bruxelles per la PAC, la Politica agricola comune, dato che sono previsti tagli per 90 miliardi, 9 solo per l’Italia. Perché un agricoltore di Civitanova dovrebbe andare a protestare?

La PAC è l’unico sostentamento che l’agricoltore ha attualmente che lo aiuta con i costi. Negli ultimi dieci anni ci sono stati tagli importanti, siamo arrivati ormai all’osso. Sembrava finita, invece si continua ancora a parlare di tagli e quindi giustamente la Coldiretti, e anche il Ministero dell’Agricoltura, stanno facendo delle forzature per far sì che questo non accada. Qui ci stiamo giocando quello che è il nostro futuro per i prossimi cinque anni.

La vostra è una delle aziende più grandi del territorio, non vi occupate solo di produzione agricola, ma avete una stalla di bovini importante, con 300 capi, più un allevamento di almeno 100 suini, il mattatoio interno, la macelleria, la braceria e adesso anche una struttura ricettiva. Il futuro dell’agricoltura sul nostro territorio è questo, diversificare?

Lo è ormai da tanti anni anche se è chiaro che non è possibile che tutti gli agricoltori si mettano a fare in ogni azienda un punto vendita, la concorrenza sarebbe impossibile da sostenere. Forse la soluzione potrebbe essere una cooperazione fra le aziende o innescare il sistema delle filiere di cui tanto si parla: purtroppo nelle Marche non abbiamo avuto mai tanto successo, perché poi siamo molto chiusi. Alcuni lo stanno facendo sulla pasta, alcuni sugli ortaggi. Per la zootecnia avevamo la Bovinmarche, che era importante per la nostra filiera della carne marchigiana, ma purtroppo è stata messa di recente in liquidazione: il problema è che prima di tutto ci vogliono persone competenti. Il prossimo 22 dicembre chiude il mattatoio di Macerata: tutti sapevano che stava per succedere, ma nessuno ha fatto niente per evitarlo. Anche le leggi andrebbero fatte in maniera corretta per aiutare il settore e non vanno sprecati i fondi per fare invece, a volteiniziative meno utili, non dico inutili, però meno utili a quello che servirebbe al settore. Gli operatori agricoli andrebbero chiamati direttamente a fare dei tavoli aperti dove si discute effettivamente dei problemi e si va subito intervenire per quello che è un’ipotetica soluzione, senza far passare anni e anni.

R. C.

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