PRIMARIE, LA RATIO DI UNA REGOLA

renzi-bersani330201Nelle ore che precedono il ballottaggio tra Bersani e Renzi si discute nuovamente delle regole. Di una in particolare: quella che stabilisce che a votare al ballottaggio siano gli elettori che si sono registrati per il primo turno e che eventuali altri elettori, impediti allora, debbano rappresentare effettivamente una stretta eccezione. Da un fronte si contesta una chiusura ispirata a un calcolo di convenienza e alla paura che sia sovvertito l’esito del primo round; dall’altro fronte si oppone che le regole non si cambiano a partita in corso. Personalmente, sono dell’opinione che non sia sufficiente fare appello alle regole convenute e che piuttosto si debba a viso aperto e senza timidezza difendere la “ratio” di quella regola, la ragione sostanziale che l’ha ispirata. A mio avviso, sostenibilissima. La seguente: alla cessione di sovranità ai cittadini elettori di un potere di prima grandezza e delicatissimo quale la designazione del candidato premier del centrosinistra non può non corrispondere una precisa e impegnativa assunzione di responsabilità da parte degli elettori che partecipano alle primarie. Di più – questo il punto decisivo – deve trattarsi di elettore relativamente stabile e comunque motivato del centrosinistra. Non un passante, non un elettore occasionale, neppure un elettore che condizioni poi il proprio voto alle…”secondarie”, quelle che più contano, al successo del proprio candidato alle primarie. In buona sostanza un elettore che coltivi un senso di appartenenza a un sistema di valori e a un campo di forze. L’apertura, la mobilità degli elettori è cosa buona, è indizio di una democrazia sana, nella quale il cittadino volta a volta condiziona il suo giudizio e conseguentemente il suo voto premiando o punendo chi, a suo avviso, ha dato, in concreto, buona o cattiva prova. Al governo o all’opposizione. Questo alle elezioni politiche o amministrative. Non così alle primarie interne a un campo politico definito. Che appunto affida agli elettori nientemeno che la scelta del leader. Scusate se è poco. Una decisione che non può essereassunta con leggerezza, senza lo spessore di una motivazione e , diciamo pure, di un’appartenenza. Che sia così lo testimonia la circostanza che l’elettore appone la firma in calce alla Carta dei principi dei democratici e dei progressisti. Basterebbe rileggerla per confermarsi nell’idea che essa è politicamente orientata, qualificante, impegnativa. Nitidamente di centrosinistra. Certo, poche persone, nella concitazione degli adempimenti che precedono il voto, si prendono cura di leggerla con attenzione. E tuttavia quella Carta conta, quella firma impegna. Consiglio cioè a chi giustamente si appella alla certezza delle regole, e dunque all’impossibilità di derogarvi, di svolgere ed argomentare senza esitazione la “ratio” di esse. Di non contentarsi di ribadire la convinzione che le regole non si cambiano né si interpretano con il malcelato proposito di aggirarle. Si vada alla sostanza, si spieghi che le primarie sono una cosa seria, che quel rito evoca una convinzione e non una fugace, estemporanea simpatia. Approfitto per problematizzare la tesi sostenuta dal bravissimo D’Alimonte secondo la quale Renzi nelle politiche sarebbe di gran lunga più competitivo di Bersani. Trattasi di stima che sconta il limite di un approccio statico, plausibile per gli analisti, non per i politici. Appunto ci sono anche la politica e i suoi attori, che qualcosa ancora contano. Siamo sicuri che una vittoria di Renzi non produrrebbe effetti divisivi nel campo del centrosinistra? Flores D’Arcais ha annunciato che voteràRenzi per disintegrare PD e centrosinistra. Una esagerazione, certo, che tuttavia suggerisce il problema di probabili tensioni interne. Inoltre, già una volta abbiamo coltivato la presunzionedell’autosufficienza, rifiutando l’idea stessa delle alleanze, in nome di una malintesa vocazione maggioritaria che contrasta con la lunga tradizione pluripartitica italiana. L’esito lo conosciamo.Gentiloni parla del “PD vincente del Lingotto”. Sarà. Io ricordo che mai come nel 2008 la nostra distanza dal centrodestra è stata tanto grande. Infine, sfondare tra gli indecisi e i delusi del centrodestra sarebbe utile. A meno che il prezzo sia la rinuncia a un asse ideale e programmatico genuinamente di centrosinistra. Il nostro autobus deve essere accogliente, ma è bene che chi guida conosca la rotta e la meta, che non si faccia dirottare altrove da occasionali passeggeri.

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