MORTO SUL PAVIMENTO DELLA SANITÀ: IL CASO AMOROSO E IL FALLIMENTO DEL SISTEMA

C’è una morte che pesa più di altre, perché non è solo la fine di una vita, ma la fotografia impietosa di un sistema che non funziona più. Franco Amoroso, 60 anni, paziente oncologico, è morto lunedì 26 gennaio nella sua casa di Senigallia. È diventato, suo malgrado, il simbolo delle vergogne della sanità pubblica.
Pochi giorni prima era stato costretto a sdraiarsi sul pavimento del pronto soccorso, su una coperta stesa in un corridoio, perché non c’erano letti, non c’erano barelle, non c’era spazio per un uomo che stava combattendo contro la recidiva di un tumore al colon. Non poteva restare seduto dal dolore, e la risposta del sistema è stata lasciarlo a terra, come un pacco ingombrante.
Una scena che non appartiene a un Paese civile, ma a un servizio sanitario ridotto allo stremo, dove l’emergenza è diventata normalità e l’indignazione dura lo spazio di un titolo. Amoroso doveva iniziare una nuova terapia all’ospedale di Torrette, ma il peggioramento delle sue condizioni non gli ha consentito di arrivarci in tempo. È morto prima che le cure potessero cominciare.
La denuncia della moglie Cecilia ha squarciato il velo su quelle ore disumane. Il direttore generale dell’Ast di Ancona ha chiesto scusa e ha annunciato verifiche interne. Scuse che la vedova ha respinto. E come darle torto? Le scuse non restituiscono dignità a chi è stato umiliato nel momento più fragile della sua vita, né ridanno il tempo che è stato perso.
Ora si promettono indagini, relazioni, tempi più lunghi “per rispetto del lutto”. Ma il rispetto vero sarebbe stato garantire un letto, una barella, un’assistenza degna. Non è stato un incidente, non è stata una fatalità: è il risultato di anni di tagli, di carenze croniche, di reparti saturi, di pronto soccorso trasformati in parcheggi umani.

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