JOYCE LUSSU: TRA LACRIME E FARFALLE

joycefermobisDa alcuni anni su una parete della mia casa campeggia una foto di Joyce. I capelli bianchi “tirati in crocchia”, come avrebbe detto lei, un paio di occhiali neri a coprire due occhi chiari bellissimi ma ormai offuscati. La mano magra tiene con eleganza una immancabile sigaretta. La fronte corrucciata, il viso severo, ammorbidito da un leggero foulard.
È un’immagine che guardo spesso e chi mi fa compagnia, a volte da un consiglio e fa nascere un sorriso, altre interroga provocatoriamente e costringe a distogliere lo sguardo.
Stavo guardando questa foto quando parlai al telefono con suo figlio Giovanni, piena di pudore nel nominare il nome di quella donna che avevo davanti e che per me ormai da tempo è diventata semplicemente Joyce, ma stavo parlando con Giuannicu, e mi limitai a usare il più sobrio e rispettoso “sua madre”.
Chi fa teatro può capire l’intensa emozione, perché in scena avevo sentito il suo dolore di madre e per Giuannicu avevo pianto anche io.
Il coinvolgimento emotivo di un attore è più profondo quando si confronta non con un personaggio ma con una persona. Una persona non un personaggio, come Paolina, come Dolores, altre donne “vere” incontrate nel mio percorso teatrale.
Mai ovviamente per Paolina Leopardi, qualche volta per Dolores Prato, spessissimo per Joyce ho sentito dire “Io l’ho conosciuta!”. “E’ venuta a tenere una conferenza nella mia scuola”, “Ho partecipato ad alcune cene dove lei era ospite, era la più anziana, ma la più brillante e la più affascinante” “Ho frequentato la sua casa, ricordo che andavamo al mare e lei preparava pane e pomodoro tagliato a fette, un mio amico perché toglieva i semi dai pomodori ha subito un rimprovero indimenticabile” “L’abbiamo chiamata a sostenere la nostra battaglia e lei ha tenuto un comizio in piazza”.
Non ho avuto la fortuna e la gioia di conoscerla, una volta però l’ho incrociata, in un teatro nelle Marche, una serata dedicata a Nazim Hikmet e lei era lì, già vecchia, appoggiata ad un bastone, curva, eppure imponente. Un’immagine stagliata nella mia memoria malgrado non sapessi ancora chi fosse, ahimè..
Per preparare questo lavoro ho letto, tra l’altro, “La vita è infinita” (nota)una raccolta di ricordi di chi ha condiviso con lei momenti di vita.
Piccoli episodi, particolari apparentemente marginali, racconti struggenti, dichiarazioni sincere d’amore, ma anche e frequentemente una descrizione o una sottolineatura della sua durezza, del suo esser schietta da far male, del suo intimorire, della sua incessante provocazione alla quale era difficile replicare. Una donna scomoda. Comunque sempre considerata da tutti immensa, un faro a cui rivolgersi, una meta da raggiungere seppur lontana, forse irraggiungibile da noi comuni mortali.
Conoscere la sua storia, leggere i suoi scritti, scoprire le sue idee, lascia un segno permanente,
Joyce è stata una delle figure più importanti del ‘900 e ingiustamente è stata quasi dimenticata.
Si mi sono sentita tanto piccola di fronte alla sua grandezza, mi sono sentita quasi mediocre, ma lo sconforto iniziale ha lasciato spazio alla consapevolezza che personalità come quelle di Joyce non possono essere emulate, che da loro bisogna saper cogliere l’incoraggiamento a scrollarsi un po’ di dosso quel torpore che oggi sempre più pervade quasi tutti noi.
Intendevo proprio questo parlando con suo figlio Giovanni al telefono quel giorno mentre guardavo la foto: “Sa chiunque ha conosciuto sua madre, o di persona o unicamente attraverso i suoi scritti ne è rimasto segnato..” e lui, facendomi ripensare in un sol colpo alla sua vita intera mi rispose…”Eh, si figuri io!”
Joyce non c’è più. In tanti ne sentono con dolore l’assenza, ma forse ci si dovrebbe sempre rammentare i suoi ultimi versi “Tutta questa felicità / non potrà sparire dal mondo / anche dopo il gran tuffo nell’aldilà / continuerà a svolazzarvi attorno / travestita da lucciola o da farfalla…” . Sperarci o crederci, chissà..
Un giorno di maggio di passaggio per Marzabotto, grazie alla pazienza di un mio caro amico, riesco a visitare quello che è diventato un parco storico della memoria, l’area protetta di Monte Sole. So che voglio vedere il cimitero di Casaglia, il cimitero di Tonello e di Lidia, o di Marino e di Assunta o di Piero e di Maria. Tonello “era tutti i bambini che giocano al sole”, ma “I soldati di Raeder portarono lui e la mamma e i fratelli / con gli altri al cimitero / li falciarono con la mitraglia”.
Quel giorno di maggio c’era un sole splendido, anche nel piccolo e silenzioso cimitero di Casaglia, dove perfino la morte si è fermata a quella data lontana. Le foto delle tombe immortalano visi ormai antichi, le croci di ferro, arrugginite, perforate dai proiettili con squarci grandi come un dito. Ma l’aria è serena, è placata, ci sono alberi e fiori nel piccolo cimitero e c’è una farfalla bianca che ci svolazza intorno quasi con allegria, si posa sulla spalla, torna a volare, si avvicina, si allontana e si riavvicina. Mai nessuna farfalla si è presa tanta confidenza nei miei confronti! Mi sento quasi a disagio, ripenso ai versi “travestita da lucciola o da farfalla” e mi lascio prendere dalla magia di questo esserino così delicato e leggero, così distante dall’immagine matronale di Joyce, e scopro che quel giorno di maggio non è un giorno qualunque, ma è proprio l’8 di maggio, il giorno in cui si sarebbe festeggiato un compleanno e allora ho detto alla farfalla “Buon compleanno Joyce!”.

Nota
La vita è infinita. Ricordo a più voci di Joyce Lussu Andrea Livi Editore

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