IL MITO DELLA FELICITA’

Sfidare e sviscerare dialetticamente un mito eterno ed immortale, ambito e discusso da tutti e da sempre nella storia dell’ umanità: dai classici ai greci, dai latini ai giudaici e ai cristiani, tutti, ma proprio tutti si sono espressi sul mito della felicità.
E a farlo ai giorni nostri con classe ed eleganza è il professore Umberto Galimberti, filosofo, psicanalista, docente universitario, scrittore di innumerevoli saggi tradotti in numerose lingue del mondo.
“Che sembianze avrà mai la felicità ai giorni nostri? E soprattutto in una società serva della tecnica, con persone funzionarie delle macchine piegate all’eccesso e all’abuso di razionalità, in questa stessa società moderna si puo’ ancora parlare di felicità, o questa resta solo un’utopia da sacrificare in cambio di maggiore sicurezza?”
“L’uomo da sempre”-incalza Galimberti-“ha avuto bisogno di costruire un senso in vista della morte che è il collasso di ogni senso. Ogni mio senso implode con la morte”.
Concetti molto ben chiari ai greci che la fine della vita l’hanno sempre presa sul serio, come sul serio hanno preso la vita stessa del resto, e la condizione fragile e precaria dell’uomo con i suoi limiti ed il suo dolore troppo spesso inspiegabile.
“Quando la vita è favorevole spendila più che puoi, quando il dolore sopraggiunge reggi ed evita di metterlo in scena!”- Questo il pensiero dei greci in estrema sintesi – ci ricorda Galimberti.
Concetti d’altronde ben chiari anche ad Aristotele, lui pure non esente dallo studio del grande mito della felicità, condizione che per il fiolosofo greco si realizza quando vi è la “riuscita del proprio demone”, ovvero spiega il professore “quando l’uomo realizza la propria inclinazione, ciò per cui è portato. Quando con un esempio, l’artista fa l’artista, il poeta fa poesia!”.
Realizzare dunque il proprio demone certo, ma al tempo stesso non perdere di vista i propri limiti, le proprie umane debolezze. Per la cultura greca l’uomo è terribilmente mortale e la felicita’ stessa non può eccedere i propri stessi limiti, non può esagerare. “Non a caso non ci sono bronzi di riace nella cultura greca ma statue classiche a dimensioni umane” – ricorda Galimberti.
Diverso il punto di vista della cultura giudaica cristiana che invece la morte non l’ha mai voluta prendere sul serio , cultura che si interfaccia con ottimismo nel futuro. Nella cultura cristiana infatti, Cristo scenderà dalla croce, da un dolore che acquista valore, che ha un senso perché è il preludio di una felicità eterna in una dimensione ultraterrena.
E questa cultura cristiana influenza da sempre il mondo occidentale che ha occhi di speranza verso il futuro sotto ogni punto di vista. In economia Marx vede infatti nel futuro la fine delle diseguaglianze sociali, gli scienziati vedono il progresso, Freud vede la guarigioni, i religiosi vedono la vita eterna ed i politici la risoluzione di ogni problema. Domani sarà migliore! …”ma è davvero così?”- chiede al suo pubblico il professore…
Fa strano parlare di felicità ai giorni nostri, nell’epoca del covid, dei selfi e degli incontri e dell’odio on line. Fa strano parlare di felicità in una società nella quale “la depressione è diventata la principale causa di malessere sociale in un mondo piegato al Dio denaro, un mondo che va avanti anche senza un Dio spirituale e dove gli individui non hanno bisogno di chiedersi chi sono ma dove conta solo quello che fanno in un sistema capitalistico dove fanno da padrone la tecnica e la ragione.
Strano parlare di felicità in una società moderna che ignora completamente i suoi giovani, “consapevoli più dei loro padri di non avere uno scopo in un mondo che nemmeno li vuole. Nessun scopo nemmeno uno di quelli che implodono con la morte che tutto annienta come sostenevano i greci. Non a caso aumenta oggi giorno il numero di suicidi giovanili”- ci ricorda il professore Galimberti.
“Si puo’ ancora pronunciare la parola felicità se l’essenza irrazionale, la parte piu’ autentica dell’uomo, il suo estro non si puo’ piu’ esprimere dal lunerdi al venerdi’ ..Si puo’ ancora parlare di felicità se la lungimiranza del poeta viene confusa con sentimentalismi velleitari , se uomini al potere vogliono proporre l’abolizione delle discipline del sapere come la filosofia, il greco, il latino….?!!”
Ed ecco che tra voli pindarici di storia e filosofia, il professore con la saggezza di un profeta e l’umilta’ che solo i grandi sanno avere saluta il suo pubblico consegnando un barlume di speranza.
Si anche oggi, prima e dopo il covid, con la tecnica, la razionalità, il depauperamento dei valori e di ogni coefficiente sociale capace di ridurre i conflitti, anche oggi che i colleghi di lavoro non devono essere volti familiari ma semmai competitor da abbattere e annientare, anche oggi tra tante miserie e miopia umana, i migliori possono ambire a seppur limitati ma importanti, importantissimi spazi di intimissima felicità.
Antonella Sglavo

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