GIACOMO TI VOGLIO BENE. FIRMATO MARTONE

image

È uscito. Dopo la martellante campagna promozionale che ha investito le Marche, sin da quando sono iniziate le riprese lo scorso anno, “Il giovane favoloso” è ora visibile da tutti. La curiosità, l’attesa sono dilagate sia per riscoprire sul grande schermo i paesaggi e i luoghi che ci sono cari o figuranti da riconoscere, sia e soprattutto per cogliere ciò che il film ci restituisce di un personaggio che nel bene o nel male sentiamo tutti vicino. Giacomo Leopardi è il nostro Poeta, quello del pessimismo cosmico, della Natura matrigna, quello di Silvia o del Pastore errante come lo iniziamo a conoscere sui banchi di scuola. Ognuno di noi si illude di possederne una verità, la stessa che ci fa dire di tutto e di più sul film di Martone. Come quando gioca la nazionale di calcio diventiamo tutti allenatori, ora siamo diventati tutti registi. Chi avrebbe aggiunto, chi avrebbe tolto, più di questo, meno di quello.
È stato coraggioso Mario Martone nel voler affrontare con il linguaggio cinematografico uno degli intellettuali più complessi della storia italiana. Coraggioso anche perché sicuramente sapeva che si sarebbe dovuto confrontare con tanti altri registi. Ma il suo approccio, il suo avvicinamento verso Leopardi è profondamente rispettoso e carico di affetto e amore e ci restituisce un personaggio al quale non si può non voler bene.
Toccando i momenti salienti della vita di Giacomo, l’infanzia condivisa con i fratelli Carlo e Paolina, lo studio matto e disperatissimo sotto la sguardo vigile e oppressivo della famiglia in particolare del padre Monaldo, il tentativo di fuga da Recanati, le prime esperienze romane e fiorentine, gli incontri-scontri con i letterati dell’epoca, il trasferimento a Napoli e la vicinanza dell’amico Ranieri, emerge un uomo, un giovane pieno di vita, ribelle, rivoluzionario, illuminato, geniale, che Elio Germano incarna esteriormente con un corpo che sempre più si ricurva ma che restituisce intimamente e profondamente con lo sguardo, la cifra più potente della sua interpretazione.
Ed è in quello sguardo, in quei lunghi silenzi o in quei versi sparsi, mai declamati, che ognuno di noi può ritrovare il suo Leopardi
Un Leopardi che non muore nel film, troppi dubbi, troppi misteri sulla sua fine, sulla sua tomba e allora continuiamo a pensarlo in quell’infinito dove malgrado tutto gli è stato dolce il naufragar.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *