AI PORTATORI SANI DI POSITIVITÀ

A distanza di qualche giorno con più lucidità condivido alcune riflessioni sulla serata del 12 marzo al Teatro Rossini. Un grande entusiasmo da parte di tutti, eravamo tanti sia sul palco che in platea. Il clima dietro le quinte era di emozione e di gioia, la consapevolezza che stavamo partecipando, tutti insieme, tutti uguali, a qualcosa che non avremmo dimenticato facilmente.
Il pubblico che ha partecipato alla serata ha ascoltato, ha guardato, ha cantato, ha osannato il video di Paolo, si è divertito e si è commosso, come noi. Abbiamo fatto tardi, si sono spente le luci e tutti via, ognuno per la sua strada.
È tutto come prima o è accaduto qualcosa in quel teatro? Cosa rimane di una serata così a chi ci ha partecipato?
Tutto nasce da un video che sceglie come taglio narrativo di raccontare una città attraverso i suoi abitanti, che nessuno riconoscerà lontano da qui, nessuno. Ma noi si, ci riconosciamo anche quando non ci riconosciamo. Quei volti simbolicamente rappresentano la comunità alla quale apparteniamo. Una comunità fatta da chi qui è nato e da chi questa città l’ha scelta, una comunità non chiusa, aperta al nuovo, perché il nuovo non toglie niente, può soltanto aggiungere qualcosa. Una comunità che quella sera ha condiviso e ha preso voce, ha raccontato frammenti della sua memoria, ha riflettuto sul presente, sulle contraddizioni, sulle difficoltà, ha esternato i suoi desideri e lo ha fatto con gli strumenti di chi sale su un palcoscenico, con una prospettiva positiva, con leggerezza, che non comporta dimenticare ciò che non va, connettendosi alla propria identità.
Quello che rimane è un sentire comune, un riconoscersi, uno specchiarsi, attraverso i paesaggi, la lingua, gli scorci, le abitudini, i contrasti, i colori, i rumori, gli odori, che sono gli stessi anche di quelli che ci sono antipatici o non la pensano come noi.
Qualche anno fa a Milano alla fine di uno spettacolo con la compagnia incontrai alcuni componenti dell’Associazione dei marchigiani in Lombardia che erano venuti a teatro, tra questi un civitanovese. Ricordo che ci abbracciammo d’istinto, con calore, neanche ci fossimo incontrati in Australia. Eppure non ci eravamo mai visti prima. Ci siamo semplicemente specchiati e riconosciuti.
Se è vero che la comunità, nel suo significato ideale, è “l’elemento collettivo che prevale su quello individuale, l’atteggiamento solidale su quello egoistico, la dedizione sull’interesse”, è basilare che venga coltivata e curata quotidianamente perché rinsalda un senso di appartenenza che fa sentire meno soli. Se non fosse chiaro significa che l’investimento in cultura è un investimento anche sul sociale.
Sono convinta che chi ha partecipato a quella serata sia un portatore sano di positività, un contagio che forse si propaga con meno rapidità del suo opposto ma è inarrestabile.
Come li cucà, vola uno vola tutti.
Il mio personale ringraziamento a tutti i contagiosi.

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