SETTIMANA SANTA LE RIFLESSIONI DELL’ARCIVESCOVO

Carissimi fedeli,la liturgia della Domenica delle Palme ci ha introdotti nella Grande Settimana della nostra fede. La storia umana, segnata dalla pandemia da più di un anno, è come attraversata cronologicamente dal mistero pasquale; la Passione di Gesù, infatti, non è estranea alla nostra vita concreta che ne viene interpellata e accompagnata. Vi consegno perciò alcune riflessioni che possano guidarci in questi giorni così importanti e che spero ci aiutino a discernere la volontà di Dio.
Giunti ormai al termine della Quaresima, ci accingiamo a celebrare il Triduo nelle nostre comunità parrocchiali, animati da trepidazione, gratitudine, raccoglimento.
Trepidazione. Questo stato d’animo dice opposti sentimenti di timore e speranza rispetto all’attesa di qualcosa d’importante, decisivo per la propria vita. Tanti sono i timori che ci animano. L’anno scorso si esorcizzava l’esperienza, per tutti sconosciuta, che stavamo vivendo con lo slogan Andrà tutto bene. Un anno di Covid ci ha disillusi; le innumerevoli morti, i tanti sacrifici imposti alla vita sociale – penso soprattutto ai ragazzi e ai giovani – e le grosse difficoltà delle famiglie e del mondo produttivo ci hanno insegnato a tenere i piedi per terra. Il timore ha pervaso la nostra vita e ci ha intorpiditi, quasi bloccati. Ma la campagna vaccinale pare ormai aprire il cuore alla speranza che sia vicina l’uscita dal tunnel. Non dobbiamo temere di vivere combattuti tra timore, speranza e trepidazione perché non sono sentimenti estranei al mistero pasquale. Pensiamo al timore degli apostoli, di chi aveva seguito Gesù; alla speranza certa di sua madre Maria… Siamo immersi, da più di un anno, nella dinamica della Pasqua, ma non siamo soli, c’è il Crocifisso Risorto che condivide la nostra sofferenza e ci accompagna verso una sicura rinascita.
Gratitudine. Ricordo quanto fu difficile, nella Quaresima 2020, accettare l’impossibilità di partecipare in presenza, già dal giorno delle Ceneri, alle celebrazioni liturgiche, di non poter fare la comunione, di interrompere la vita pastorale delle parrocchie. Per due mesi abbiamo accettato con pazienza questo “azzeramento”. Poter oggi celebrare la Pasqua in presenza, seppur con le limitazioni che ormai ci accompagnano nella vita quotidiana, è un dono di cui dobbiamo ringraziare il Signore. Esprimo gratitudine ai parroci e a quanti sono quotidianamente impegnati a far sì che i luoghi di culto e delle attività pastorali siano ambienti sicuri. Sentiamo forte la responsabilità, specialmente in vista del Triduo, di continuare a garantire il rispetto massimo delle norme di sicurezza. Anche questo contribuirà a farci vivere la Pasqua con animo grato, senza cedere allo scoraggiamento e al lamento, e accoglieremo il dono della vita nuova del Signore.
Raccoglimento. È innegabile che la situazione che stiamo vivendo ci rende più inclini alla riflessione e al raccoglimento e, al contempo, ad alzare lo sguardo verso Dio. Durante le celebrazioni – ce ne eravamo accorti anche nello scorso Natale – si percepisce una partecipazione più consapevole e sentita alla liturgia, segno di una fede che si lascia interrogare, pur nella sua debolezza, dalla storia. Il nostro stile di vita non è rimasto indifferente di fronte alle sofferenze degli ammalati, la stanchezza delle famiglie, la fatica di tanti lavoratori. Ne sono certo, ad emergenza finita potremo dire che tra i frutti positivi della pandemia avremo riscoperto l’essenzialità, la sobrietà, il desiderio di relazioni vere, una maggiore sensibilità per il bene comune. Sto apprezzando – e ringrazio – quelle famiglie che confermano la celebrazione delle Cresime e delle Prime Comunioni per i propri figli, pur non potendo festeggiare in modo consueto; allo stesso modo, penso a quelle coppie che hanno comunque deciso di celebrare il loro matrimonio. Queste decisioni possono sembrare insignificanti, in realtà accrescono la fede e fanno risorgere la comunità. Forse prima eravamo troppo ripiegati su noi stessi; anche queste scelte di essenzialità ci aiutano ad entrare nella profondità della Risurrezione: siamo fatti per l’eternità, non per appiattirci sul presente.
Concludo con alcuni pensieri tratti dalla lettera agli Ebrei. L’autore dice che Gesù imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5, 8); anche noi, associati alla morte di Cristo per risorgere con lui, impariamo l’obbedienza da ciò che ci riserva la vita, con dolore ed umiltà. E come lui divenne causa di salvezza per coloro che gli obbediscono (Eb 5, 9), anche la nostra testimonianza è preziosa per la salvezza di tanti nostri fratelli e sorelle che cercano nei cristiani punti di riferimento e di consolazione. “Non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa” (Eb 10, 35-36).
Andiamo avanti con fiducia; Cristo, immolato per noi, è veramente risorto!

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