PARASSITI FISCALI

affissione-evasore-fiscaleComunque lo si giudichi, l’episodio di Cortina che ha portato alla scoperta di un popolo di poveri in fuoriserie, ha prodotto un effetto-verità mettendo a fuoco l’esistenza e la consistenza politica (un partito, una lobby, una loggia?) del favore di cui hanno goduto e godono in Italia gli evasori fiscali. C’è uno scarto tra gli spot coniati dall’ultimo Tremonti che raffigurano l’evasore fiscale come un “parassita della società” e certe reazioni, tra lo scomposto e l’impudico, di quelli che ne hanno assunto il patrocinio. Se parassita è colui che vive sulle fatiche altrui, ci si dovrebbe rallegrare quando si riesce a neutralizzarne qualcuno. E invece si leva alto il compianto per il carattere “persecutorio” che l’atto dovuto che lo smaschera assumerebbe quando fa titolo sui telegiornali. Se questo accade, significa che si è toccato un nervo sensibile e si è penetrati in un “non detto” della realtà italiana che da tempo è abituata a convivere con quella peculiare “struttura di peccato” consistente nel non pagare le tasse. Pare che i cittadini dell’Urbe trovassero sempre un buon motivo per farlo: una volta perché comandava il Papa e una volta perché comandavano i carcerieri del Papa. Ma l’abitudine è dovunque estesa e radicata. E c’è sempre una scusante: dalla iniqua “tassa sul macinato” imposta anche ai cafoni dopo l’Unità, al prelievo forzoso sui depositi bancari legato al nome di Giuliano Amato, il film non cambia: c’è un potere prevaricatore che “spreme il limone” del popolo. E questo, giocoforza, si difende con la frode e l’inganno. Il tutto è poi diventato dottrina con l’affermazione per cui, oltre una certa soglia di prelievo, il sottrarsi ai doveri fiscali sarebbe legittima difesa. Ed è giusto ricordare il momento in cui, nello scorso agosto, Berlusconi confessò che il suo cuore sanguinava per aver dovuto, smentendo se stesso, “mettere le mani nelle tasche degli italiani”.
Tutto questo dà risalto al discorso con cui il Presidente Monti ha esposto un vero mutamento di paradigma con il proposito, rovesciato, di mettere le mani nelle tasche degli evasori e quindi con una netta inversione di rotta rispetto alla linea morbida tenuta dai governi, eccezion fatta per la breve stagione di Visco. Si tratta di un’opzione che appare credibile sia per l’introduzione di alcuni strumenti innovativi d’accertamento delle infrazioni e sia – soprattutto – per il rifiuto di calcolare a scomputo del debito i proventi del contrasto all’evasione, come s’era tentato di fare in estate alimentando la diffidenza europea. L’impressione è dunque che su questo capitolo il disegno governativo appare serio e, quel che più conta, viene preso sul serio, come mostra la prova empirica della moltiplicazione di scontrini e ricevute fiscali a ridosso del Capodanno in Cadore. Ma se è vero che la trasgressione dei “doveri inderogabili di solidarietà” ha forti radici, non basterà una passata di pettine per eliminare i parassiti. Soprattutto si dovrebbero attivare sul tema tutti i centri in grado di concorrere ad una grandiosa opera di pedagogia civica. Tutti. Una volta Romano Prodi lamentò che i parroci non facevano prediche sull’argomento; e nel Dizionario della Dottrina Sociale della Chiesa si legge che “il magistero non si è mai pronunciato in modo sistematico sulle questioni tributarie”. Eppure, movendo dal comandamento del non rubare, si può giungere a quanto affermato ultimamente dal Presidente della Cei a proposito di “questo cancro sociale” che sta “soffocando l’economia e prosciugando l’affidabilità civile delle classi più abbienti”. Uno spunto da non archiviare.

Articolo do Domenico Rosati da “l’Unità” 8 gennaio 2012

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