LA MALINCONICA SPERANZA DI VITTORIO, IL TERREMOTO HA DISTRUTTO I SACRIFICI DI UNA VITA

“Ieri ad Arquata per il consueto pranzo di pesce offerto da pescatori e ristoratori con grande generosita’.
La giornata grigia, la pioggia, un’aria novembrina, un tempo scuro che rende i monti su cui ci arrampichiamo incombenti, il verde dei boschi quasi nero.
Arriviamo al campo, le tende in un quadrato blu ordinato e gocciolante.
Portiamo il necessario in cucina, io faccio un giro. Stanno smobilitando, portano le persone agli alberghi di S.Benedetto, al mare, lontano dall’inverno che arriva.
Nella salita che ci portava verso il paese ho visto quello che la televisione non puo’ rendere: le case sembrano passate in un meccanismo per sbriciolare, sembrano saltate in aria per un bombardamento.
Nel campo, quelli che ancora non sono partiti sono contenti della visita, del pranzo di pesce: hanno apprezzato molto anche le scorse settimane, credo che in particolare siano felici del ripetersi dell’appuntamento, del fatto che torniamo, che non li dimentichiamo. Ma i sorrisi sono rari, come le parole: non potrebbe essere diversamente. Saluto un assessore, il segretario comunale, ci mettiamo d’accordo per la prossima settimana.
Ma io voglio scambiare due parole con le persone, molti anziani, pochi bimbi che siedono tranquilli davanti allo schermo in sala mensa.
Seduto davanti alla sua tenda c’e’ Vittorio settant’otto anni, la moglie e’ andata con il figlio a compilare il modulo per l’albergo, mi domanda chi sono e cominciamo a parlare.
Ha tante rughe Vittorio, ha fatto sempre il contadino, allevato pecore e mucche, poi con l’eta’, la piccola pensione, l’orto, le galline.
E’ triste. Mi racconta la sua casa, rimessa a posto con tanti sacrifici, era quella del padre, del nonno. Mi racconta le piccole comodita’ che aveva, il camino, la legnaia, la dispensa con le conserve di pomodoro fatte dalla moglie: tutto a portata di mano, tutto secondo le sue necessita’. Mi dice che finalmente era tranquillo, che non gli mancava niente, fino a quella sera, fino a quel rombo. Tace Vittorio, mi sembra che non mi voglia raccontare piu’ niente. Non voglio insistere. Riempire quel silenzio mi sembra invadente.
Poi ricomincia, mi dice che ha paura, che non vuole andare al mare “vicino a tutta quell’acqua”.
Cerco di consolarlo, rassicurarlo che sara’ per poco. Ho l’idea felice di descrivergli le casette di legno, riferendomi a quelle che avevo visto, nelle nostre montagne, durante il terremoto del ’97. Racconto con cura con tutti i particolari: che sono calde, spaziose, belle, che profumano di legno, che hanno una veranda per prendere il fresco, che quelli che le avevano abitate durante la ricostruzione, alla fine, non volevano piu’ andarsene. Gli dico quanto e’ comodo non fare le scale, avere tutto su un piano.
Per una volta ringrazio Dio di essere una chiacchierona, perche’ Vittorio e’ sollevato, mi sorride, dice:”speriamo”.
Come se fosse una regia concordata, la pioggia smette, esce una sferetta di sole. Ma Vittorio dice che non dura, che e’ autunno ormai .
Un autunno che sa di perdita, che sa di ricordi. Vittorio ha mezza faccia illuminata, e mezza in ombra con tutti i sentieri delle rughe a percorrerla.”
Cristina Cecchetti

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