FRATELLI E COLTELLI

(sulla messa in scena de Il Trovatore – Sferisterio, Macerata 25 luglio 2026)

di Alessandro Seri

Il Trovatore, pur facendo parte della trilogia popolare di Giuseppe Verdi, (insieme a Traviata e Rigoletto) è di gran lunga l’opera più cupa ed inquieta del compositore di Busseto. La scrisse appena prima dei quarant’anni e venne messa in scena per la prima volta al teatro Apollo di Roma nel 1853. Le vere protagoniste non sono Leonora e Azucena ma sono le pire, le vampe, sono i roghi. Di questa idea era probabilmente anche Francisco Negrin, il regista messicano che nel 2013 la presentò allo Sferisterio; nell’epoca in cui a dirigere il festival maceratese era Francesco Micheli.

La versione duemilaventisei, ripresa in regia da Angela Saroglou, riproduce con maestria l’originale di tredici anni fa puntando di nuovo sul minimalismo delle luci disposte in modo da riempire il vasto palco orizzontale dell’arena. Una scelta oculata, fatta per portare al contemporaneo le vicende scritte da Antonio Garcia Gutierrez e ambientate nelle regioni spagnole di Biscaglia e di Aragona all’inizio del XV secolo. L’intreccio della trama esigeva quindi una scenografia capace di contrapporre i moderni neon al buio dei castelli e delle taverne che ora vengono letteralmente tagliati dai colori accesi del fuoco fluorescente.

Il coro ha un ruolo fondamentale, diventa ombre e scudi, diventa popolo ed esercito, esegue beneChi del gitano i giorni abbella?” dal pubblico accolta con il solito entusiasmo. I cantanti di questa nuova versione per lo Sferisterio, specialmente di quella del 25 luglio, sono stati di buon livello tra picchi di bravura e normale amministrazione, tra eccellenze e sufficienze. Il Manrico di Haiyand Guo, tenore di origine cinese già apprezzato su palcoscenici importanti come quello de La Scala, è stato incisivo e preciso anche nel contrapporsi da duellante al Conte di Luna interpretato da Vito Priante, così come buona è stata la Leonora di Martina Gresia, chiamata per questo ruolo all’ultimo istante.

Però, tra le voci, chi ha davvero incantato ed emozionato il competente pubblico del teatro maceratese è stata la mezzo soprano  serba Sophja Petrovic, interprete di una Azucena di grande spessore teatrale e con tonalità vocali ricche di sfumature scure come d’altronde il ruolo richiedeva. Di gran lunga la più applaudita a fine rappresentazione dagli esigenti spettatori del Macerata Opera Festival.

Come sempre anche l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, ben diretta da Dimitri Jurowski, è stata capace di affrontare l’imponente partitura di Verdi con equilibrio, non rinunciando a ricercati virtuosismi integrati alla perfezione nella routine melodica. Il melomane però abbandona il suo posto a fine spettacolo portandosi dietro il trauma imposto dalla regia; trauma voluto e causato dalla presenza in scena dei bambini bruciati sul rogo (da lontano il trucco era perfetto), un rimando drammatico che anche il cinico Verdi voleva restasse impresso tanto quanto le sue proverbiali arie.

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