#COSECHESIDICONO…TI TAGGO IL MORTO

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?”. Si chiedeva Foscolo nei versi che aprono il carme “Dei Sepolcri”, scritto in occasione dell’editto napoleonico del 1806 che imponeva, per principio di uguaglianza e per motivi igienico-sanitari, che i cimiteri sorgessero fuori dai centri abitati. Luoghi di culto per
proseguire una “corrispondenza di amorosi sensi”, non utile ai morti ma sicuramente consolatoria per i vivi. Cambia la società e cambiano anche i cimiteri che diventano sempre più virtuali. Non è notizia recentissima ma i dati ci dicono che sul social network più famoso al mondo, ci sono più di 30 milioni di profili personali di persone decedute e, considerando che è uno
strumento ormai vecchio e usato da molte persone mature, il numero è destinato a crescere in modo esponenziale. Ricordiamocelo quando postiamo foto e altre informazioni, rimarranno lì anche dopo la nostra dipartita.

Cresce in modo parallelo il cordoglio digitale dei vivi che usano facebook per annunciare, ricordare, dialogare con il caro estinto. Al classico manifesto funebre ormai si associa il post lapidario: “Ciao babbo” o “Ciao mamma” nel caso della scomparsa ovviamente di un genitore, e da lì parte la
sequela contrita di commenti, apparentemente sinceri, o di circostanza, che hanno preso il posto dei classici telegrammi. Il più usato è sicuramente RIP, in linea con lo stile sintetico del mezzo, anche la “frase fatta” non perde mai la sua forza e allora si può leggere ancora: “Sono sempre i migliori che se ne vanno” o “Il cielo ha una stella in più”. La questione si
complica quando si tratta di un amico di cui i più non individuano l’identità “Ciao Antonio”, ad esempio, e subito scatta la curiosità: “Ma chi è Antonio?”. Dimenticando che per un defunto il tempo corretto non è più il presente ma il passato, per non dire trapassato.

Poi ci sono i dialoghi diretti, i più struggenti, dal “Torna presto”, al “Buon viaggio” o “Ci mancherai”. Altri sono se possibile esilaranti “Quanta gente al tuo funerale!” , verrebbe da rispondere a nome del morto “Peccato non esserci!”. Altri ancora colmi di illusione “Ci vediamo solita ora, solito posto, ok?” con tag annesso.

E poi ce ne sono tanti, e sono la maggior parte, che dietro la tristezza, il sentimento di vuoto, di mancanza, nascondono il narcisismo, la vanità di chi li scrive, la cura alla costruzione della propria buona reputazione virtuale. Sono come postare la foto di un bel primo piatto appetitoso, di un luogo di vacanza esotico, di uno status con un pensiero profondo e
altisonante, alla conquista di un gran numero di mi piace, se così non fosse si sceglierebbe di scrivere al morto una mail, prioritaria ma strettamente privata. Il lutto si elabora pubblicamente e si condivide il dolore sulla piazza virtuale per sentirsi meno soli e far bella figura.

“Questa è un’epoca dove tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza” sostiene il Dalai Lama. Forse potrebbe essere utile seguire il consiglio di Tiziano Terzani che si immagina dopo la sua morte: “Io ci sarò nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel
linguaggio delle parole. Nel silenzio”.

Dimenticavo, il #cosechesidicono di questa settimana è “Si è morto, l’ho letto su fb”.

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