C’ERA UNA VOLTA IL PAESE DEI SINDACI

ilvo-diamantiOggi sono chiamati a votare oltre 9 milioni di elettori, intorno al 20% del totale. Per eleggere i sindaci di quasi mille comuni, di cui 157 sopra i 15 mila abitanti, compresi 26 capoluoghi di provincia. Potrebbe apparire una consultazione minore. Ma in Italia nessuna elezione lo è. P erché tutte le elezioni —e soprattutto quelle comunali — servono a cogliere  e  a  dare  segnali circa il cambiamento sociale e politico.  Una  considerazione tanto più vera per questa scadenza. La prima consultazione dopo vent’anni di berlusconismo. Mentre il sistema partitico e il rapporto tra politica e società appaiono logori. Marcati da fratture molteplici. Da   questo   appuntamento elettorale  ci  attendiamo  indicazioni su quattro diverse questioni.

1. La prima fa riferimento alla   tradizionale   divisione   tra partiti e schieramenti, emersa nella   Seconda   Repubblica. Centrodestra  e  centrosinistra, con il Centro, a sua volta, oscillante fra i due poli. All’elezione del 2007, quando vennero eletti  gran  parte  dei  sindaci  e  dei consigli  oggi  in  scadenza,  il centrosinistra subì un pesante arretramento. Nei comuni (superiori a 15 mila abitanti) dove si votava allora, governava in 80 comuni, venti più del centrodestra. Oggi, nell’Italia al voto, il rapporto è rovesciato. Il centrodestra  amministra  95  comuni (di cui 12 leghisti), il centrosinistra 53. Da qui in poi, faccio riferimento ai dati dell’Osservatorio   Elettorale   LaPolis-Demos.  ll  risultato  del  2007  annunciò   —   e   accelerò   —   il profondo  mutamento  del  clima  d’opinione,  che  avrebbe condotto al governo Berlusconi e la Lega, un anno dopo. Non a  caso,  dopo  quelle  amministrative, sorge il Pd di Veltroni. Il progetto del partito unico o, comunque,   dominante,   del centrosinistra. Imitato dal Pdl di Berlusconi, a centrodestra. Quella  stagione  è  finita.  Da un  lato,  il  centrodestra  non  è più  maggioranza.  Lo  dicono  i sondaggi.  Ma,  soprattutto,  lo hanno  dimostrato  le  elezioni amministrative di un anno fa. Quando   il   centrosinistra   ha vinto nelle principali città dove si è votato. Fra le altre: Milano, Napoli  e  Cagliari.  Dove  sono stati  eletti  sindaci  espressi  da forze diverse dal Pd. Da ciò la spinta,  moltiplicata  dai  referendum, che ha contribuito alla  crisi  della  maggioranza  di centrodestra  e  alla  caduta  del governo  Berlusconi.  Alla  fine del berlusconismo, in altri termini. E alla conseguente debolezza del Pdl ma anche del Pd. Incapaci di imporsi come soggetti dominanti dei due schieramenti.

2. Oggi, peraltro, insieme ai principali  partiti,  anche  le  alleanze di prima sono divenute fragili. Scardinate dal “montismo”, che ha gestito il post-berlusconismo. Sostenuto da una maggioranza  di  governo  che associa i tradizionali oppositori, Pd e Pdl, insieme al Terzo polo.  Mentre  gli  alleati  di  prima oggi   stanno   all’opposizione. Ciò  si  riflette  sulle  coalizioni che si presentano nei comuni. Ma solo in parte. La Lega, coerentemente   con   l’attuale (op)posizione,  si  presenta  da sola  quasi  dovunque.  Ma  gli esempi di “Grande coalizione” sono solo un paio. Mentre il Pdl appare disorientato. Si presenta  da  solo,  talora  insieme  all’Udc. Spesso diviso in diverse liste. L’Udc stessa, peraltro, si presenta  autonomamente  in circa 70 Comuni, mentre nei rimanenti  si  divide  equamente fra il Pd o il Pdl. Il Pd, in circa 90 Comuni, riunisce tutte le forze di  centrosinistra  nella  stessa coalizione — allargata in 20 casi all’Udc. Ma in molti Comuni si  presenta  diviso  da  almeno uno degli altri partiti di sinistra. Come a Palermo. Ma in altri 20 Comuni  è  alleato  all’Udc,  in competizione con Sel e/o l’Idv. Questa consultazione diventa, quindi, un’occasione per testare la tenuta dei partiti, ma anche delle coalizioni prevalenti. O,  forse,  per  avere  conferma della  frammentazione  partitica e della scomposizione delle alleanze, in atto.

3. La terza questione riguarda  la  frattura  fra  partiti  e  società, riassunta, un po’ semplicisticamente,   nella   formula dell’antipolitica. È sottolineata dal moltiplicarsi delle “liste civiche”,  utilizzate,  spesso,  per mascherare i partiti, oltre che per proporre formazioni effettivamente  autonome  e  locali. Non partitiche.   Nei   Comuni con oltre 15 mila abitanti al voto, infatti, si presentano 2.636 liste — in media, quasi 17 per Comune — e 991 candidati sindaci — oltre sei per Comune. In queste elezioni amministrative scende in campo anche il Movimento 5 Stelle, di Beppe Grillo. Soggetto politico che ha coltivato  la  protesta  antipartitica. Accreditato, dai sondaggi, di un grande risultato, si presenta in poco meno della metà dei Comuni maggiori e in 20 dei 26 capoluoghi. Quasi dovunque corre da solo. Contro tutti.
Ma questa consultazione costituisce  una  verifica  particolarmente   importante   anche per la Lega. Esprime i sindaci di 12  Comuni  con  oltre  15  mila abitanti — di molti altri più piccoli — tra quelli dove si vota. Era il principale imprenditore politico del malessere contro lo Stato centrale e contro il sistema dei partiti. Fino a ieri. Occorrerà verificare se gli scandali e le divisioni interne degli ultimi mesi ne abbiano intaccato la credibilità e il radicamento.

4. L’ultima questione riguarda i protagonisti della consultazione. I sindaci. Quasi vent’anni fa, nel 1993, la legge sull’elezione diretta li rese artefici della stagione seguente alla caduta della Prima Repubblica. Interpreti   della   domanda   di autonomia del territorio e della società. Capaci di compensare il crollo di legittimità dello Stato e del sistema politica presso i cittadini. Vent’anni dopo, però, essi  si  ritrovano  soli.  Perlopiù sopportati   —   quanto   poco “supportati” — dai partiti. Che li hanno sempre considerati un ostacolo  alle  proprie  logiche oligarchiche e centraliste. I sindaci. Dagli anni Novanta in poi, hanno  rivendicato  e  ottenuto competenze  e  responsabilità. Ma dispongono di risorse scarse e di poteri inadeguati. Oltre che in costante declino. Berlusconi e la Lega, negli ultimi dieci anni, hanno esibito un “federalismo  a  parole”.  Il  governo tecnico, legittimato — e spinto — dall’emergenza e dai mercati, non finge neppure di valorizzare il ruolo delle autonomie locali e dei sindaci. Ai quali viene, invece, chiesto di trasformarsi da  “attori”  a  “esattori”.  Ammortizzatori del dissenso. Addetti a riscuotere tasse impopolari  —  e  a  ricucire  il  rapporto con la società — per conto terzi. Con l’esito di vedersi delegittimati: dallo Stato e dai cittadini. Da ciò il duplice rischio. Che questa elezione non indichi solo una svolta politica o antipolitica.  Ma  segni  —  anche  e  soprattutto  —  la  fine  della  “Repubblica dei Sindaci”.

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