CAPPELLANI OSPEDALIERI A CIVITANOVA MARCHE E FERMO

In occasione della pubblicazione del messaggio dell’Arcivescovo ai medici e operatori sanitari, l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali ha intervistato i cappellani dei due ospedali civili presenti in Diocesi: don Giancarlo Tomassini, in servizio presso l’Ospedale di Civitanova Marche, e don Andrea Patanè, operativo presso l’Ospedale Augusto Murri di Fermo.
Papa Francesco ha recentemente ringraziato tutti i sacerdoti per la creatività e la vicinanza ai malati in questo momento difficile, incoraggiando la missione tra gli ammalati e il personale sanitario. Come è cambiato il servizio di un cappellano di ospedale rispetto ai giorni precedenti l’emergenza covid19?
Da martedì scorso l’Ospedale di Civitanova Marche è stato riconvertito quasi completamente per i pazienti covid 19 – afferma don Giancarlo Tomassini – è rimasto attivo il pronto soccorso in due sezioni: una aperta a tutti e dove arrivano quasi esclusivamente codici gialli e rossi – poiché la gente, timorosa del contagio, evita di accedervi per problematiche minori – e l’altra per pazienti covid19. Inoltre è rimasto operativo il reparto di psichiatria. In queste due realtà mi è concesso di accedere liberamente. Nei reparti che prima visitavo ogni pomeriggio, dove attualmente ci sono i pazienti covid19, ora posso andare solo su richiesta dei pazienti con la stessa prevenzione del medici e degli infermieri.
La figura del cappellano riveste un ruolo importante anche per il personale sanitario e non solamente per gli ammalati. Quale forma di ‘presenza’ puoi assicurare dentro l’ospedale nel rispetto delle normative governative e sanitarie?
Continua il rapporto informale – sottolinea don Andrea Patanè – che apre la via alla confidenza, alla fiducia e alla possibilità di una pastorale. Ci si saluta, ci si vede presenti entrambi, si cambiano due parole, un sorriso. Sanno che ci sono e che, se vogliono, mi possono chiamare. In questo momento non può il “pastore” andare in cerca delle pecore, non ci si può muovere neanche in ospedale. Però son presente e disponibile per una parola, un incontro, o semplicemente per alzare insieme gli occhi al Cielo.
Quella del cappellano è una presenza spesso percepita come un tramite, un collegamento, con la realtà ecclesiale che sta ‘fuori’ dall’ospedale. Ci sono state delle richieste particolari che ti sono state fatte come forma di prossimità e di collaborazione che la Chiesa può offrire per affrontare questa emergenza?
La preghiera – dice don Giancarlo – il personale chiede continuamente preghiere, ciò che prima non avveniva. Gli operatori sanitari hanno paura di non farcela, sono preoccupati per le loro famiglie, temono di essere contagiati.
Penso in particolare – continua don Andrea – ad alcuni amici conosciuti durante il loro ricovero in psichiatria. Penso a chi di loro so essere a casa da solo, oppure a quelli che sono in realtà familiari per loro nocive, e che sono lì senza la possibilità di uscire, svagarsi, incontrare amici. È provante per noi, non posso immaginare per alcuni di loro. Ma come fare ad essere vicini? Una telefonata – è vero – o un messaggio. Ma si sperimenta la propria impotenza, l’impossibilità, in questo periodo, a star vicino a chi soffre. E, per chi crede, l’unico modo di amare resta la preghiera. Quella preghiera carica d’affetto, di vite di cui sei divenuto partecipe, di storie che hai fatto tue.
In questi giorni molti malati muoiono senza il conforto e la vicinanza dei loro familiari. La presenza del cappellano – seppure limitata – può essere ancora più preziosa e richiesta in questo momento particolare come l’unica forma di vicinanza per tanti?
La mia presenza – afferma don Giancarlo – in questo periodo difficile è molto limitata, perché non posso entrare nei reparti: da una parte mi fa essere anche egoista perché sono quello che meno rischia, ma nello stesso tempo mi fa sentire anche un codardo, ho la sensazione che siano gli altri a combattere la battaglia e io inevece resto a guardare. Mi domando a tal proposito se un intervento della CEI, un confronto con il Ministero della Sanità – magari attraverso l’ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute – non avesse potuto favorire una maggiore possibilità di presenza e vicinanza agli ammalati di noi cappellani, almeno per garantire ai pazienti di covid 19 un servizio religioso, se non altro al di fuori dei reaparti di rianimazione o di terapia intensiva, ma comunque dentro l’ospedale. Da una parte – giustamente – ci viene chiesto di non fare il “don Abbondio”di turno, di stare vicino alla gente, di non essere codardi, dall’altra mi chiedo: siamo messi realmente nelle condizioni di poterlo fare? Di fatto ci è vietato di accedere alle corsie degli ospedali, di entrare nelle case di riposo e nelle RSA. Rimane dunque la domanda: come poter stare vicino a chi soffre, accompagnare il malato, e allo stesso tempo rispettare le giuste limitazioni imposte dalle autorità per il bene di tutti?
L’incontro più toccante o la parola più significativa che hai sentito o vissuto in questi giorni?
Veder cambiare il cuore delle persone – commenta don Andrea – tra quando il contagio è solo udito nei tg e sui social, a quando ha invece un nome, un volto, è una persona cara o uno stimato collega. O l’aver visto infermieri suggerire alla moglie e ai bambini di trasferirsi dai nonni, per qualche tempo, consapevoli che ogni giorno, in ospedale, per loro c’è rischio di contagio. Ovvero scelgono di vivere il dolore della solitudine e della distanza – per di più in una simile situazione di tensione e sovraccarico – per poter continuare a lavorare con fedeltà e per amare i propri cari, mettendoli al sicuro.
La settimana scorsa – racconta invece don Giancarlo – ho incontrato un medico che usciva dalla rianimazione, dopo 12 ore di lavoro, stanco e con gli occhi lucidi, mi ha detto: “don Giancarlo mi raccomando attento al contagio, qui la situazione è drammatica: prega! Preghiamo! Perché non so come ne usciremo fuori da questa epidemia: mancano le risorse, manca il materiale. Ora vado a casa devo mangiare da solo! Non posso abbracciare nè i miei bambini né mia moglie!” e poi si è messo a piangere.
“Vorrei ringraziare anche tutti i sacerdoti, la creatività dei sacerdoti. Sacerdoti che pensano mille modi di essere vicino al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato; sacerdoti con lo zelo apostolico, che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il “don Abbondio”. Grazie tante a voi sacerdoti”. Papa Francesco, Angelus di domenica 15 marzo 2020.

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